Per le prime parole di questa rubrica "Km 20XX", dove racconto un possibile ciclismo del futuro, in particolare italiano, non potevo non iniziare dalla Capitale, Roma. Parliamo dell'area dove sorgeva il Velodromo Olimpico del 1960, gioiello ingegneristico sacrificato sull'altare dell'incuria. Ma oggi, tra i render di nuovi progetti e la necessità impellente di infrastrutture, si fa strada un'idea potente: e se il ciclismo tornasse a casa?
La proposta di un nuovo Velodromo di Roma, ipotizzata proprio lì dove le ruote di Maspes e Gaiardoni scrissero la storia, non è solo una suggestione nostalgica. È una necessità strategica per tutto il movimento sportivo italiano.
Per questo "battesimo" di questa rubrica abbiamo chiesto un parere ad un Campione Olimpico su pista, ad un grande ciclista e un commentatore apprezzatissimo: Silvio Martinello.
Martinello ci ha detto queste parole sul bisogno di un possibile velodromo capitolino:
Risale al 2008 la demolizione definitiva del Velodromo dell’EUR, teatro delle imprese degli azzurri ai Giochi Olimpici di Roma 1960. Era inutilizzato dal 1968, pertanto la sua demolizione fu una conseguenza amara ma necessaria. Il ciclismo su pista continua ad essere molto rilevante ai Giochi, ben 12 i titoli in palio, pertanto 36 medaglie, nonostante ciò il nostro Paese, tornato almeno nelle specialità endurance a rappresentare un riferimento a livello globale, non possiede sul proprio territorio impianti moderni dove far crescere le giovani leve e prepararle a queste grandi sfide. Montichiari con enormi problemi di agibilità da anni è di sola pertinenza delle squadre nazionali, Spresiano fatica a trovare uno sbocco, se ne parla da oltre 30 anni, si sono posate diverse prime pietre ma tutto è ancora bloccato nonostante i proclami. Un sano e organico sviluppo dell’attività richiederebbe un serio piano di ristrutturazione, dotando il nostro Paese di un velodromo coperto in ogni area geografica, centro e sud compresi. Non impianti dedicati al solo ciclismo ma polivalenti. Pertanto la realizzazione di contenitori funzionali capaci di ospitare più discipline, tra cui il ciclismo. Sembra complicatissimo in Italia riuscire a mettere in cantiere progetti di questo genere, e viene da chiedersi come mai? La risposta non l’avremo mai, ma quando le varie federazioni sapranno mettersi insieme forse imboccheremo la strada giusta. Una carenza cronica di tutto lo sport italiano è proprio quella degli impianti, perché non mettersi insieme e proporre spazi polivalenti? Inutile sottolineare come impianti coperti e sostenibili avrebbero un impatto vitale sull’intera attività, anche in zone complicate del Paese, centro e sud tra queste, zone dove l’attività necessiterebbe di un nuovo e deciso impulso. Mi si chiede un parere sulla realizzazione di un velodromo a Roma. Non può essere che un parere positivo naturalmente, un vero rilancio del nostro movimento deve partire dalla realizzazione di nuovi impianti, non di cattedrali ma di impianti funzionali e sostenibili, che quotidianamente siano a disposizione della collettività.
Un vuoto da colmare nel Centro-Sud:
L'Italia è una superpotenza del ciclismo su pista. Le medaglie d'oro olimpiche, i record dell'ora, i trionfi dei singoli (Ganna) e dei quartetti azzurri hanno riportato l'attenzione su una disciplina nobile. Eppure, il paradosso è evidente: l'unico impianto coperto di livello internazionale è a Montichiari, nel profondo Nord.
Roma, la Capitale, e tutto il Centro-Sud sono tagliati fuori. Costruire un nuovo velodromo all'EUR significherebbe democratizzare l'accesso a questo sport, creando un polo federale capace di attrarre talenti da metà stivale, senza costringere le promesse del pedale a trasferirsi a centinaia di chilometri da casa.
Il Progetto: Oltre il cemento, verso la natura
Dimenticate il vecchio catino di cemento armato. Le ipotesi progettuali più recenti disegnano una struttura che rompe con la rigidità del razionalismo tipico dell'EUR per abbracciare forme organiche e sostenibili.
Si immagina un'architettura "leggera", caratterizzata da una facciata a nido d'ape – un richiamo alla perfezione geometrica della natura e alla tecnologia dei materiali compositi usati nelle bici moderne (honeycomb), oltre che un radicato "memento" dei mosaici (e non solo) dell'Antica Roma, dove l'esagono romano era una delle figure geometriche più usate. Una struttura permeabile, luminosa, dove il legno della pista dialoga con il verde circostante. Non un'astronave calata dall'alto, ma un'opera integrata nel paesaggio, magari circondata da un parco ciclabile aperto alla cittadinanza: un luogo vivo 7 giorni su 7, non solo durante le gare.
Restituire l'identità all'EUR
La collocazione nell'area dell'ex Velodromo avrebbe un valore simbolico inestimabile. L'EUR è nato come quartiere vetrina, e il vecchio impianto ne era un cuore pulsante. Ricostruire lì significa ricucire lo strappo urbano creato dalla demolizione.
Inoltre, la zona è già servita dalla metropolitana e dalle grandi arterie stradali, rendendo l'impianto facilmente accessibile. Sarebbe il tassello finale per trasformare quel quadrante in una vera "Cittadella dello Sport" diffusa, dialogando con il vicino Palazzo dello Sport e le aree verdi limitrofe.
Un volano economico e sociale
Un velodromo moderno non serve solo agli atleti d'élite. È una macchina per eventi: concerti, fiere, meeting aziendali, possibilità di ospitare europei, mondiali di ciclismo su pista. La pista al centro, le tribune modulari attorno. Ma soprattutto, diventerebbe la casa delle scuole di ciclismo, togliendo i ragazzi dalle strade trafficate e offrendo loro un luogo sicuro dove allenarsi.
Il ciclismo italiano è un'eccellenza su pista: Milan, Guazzini, i fratelli Consonni, il già citato Ganna e tanti altri. I campioni ci sono, la passione del pubblico anche. Manca solo "il tempio" nel cuore dell'Italia. Roma ha lo spazio, la storia e il dovere di provarci. Perché un velodromo non è solo una pista inclinata: è una fabbrica di sogni a 50 chilometri orari.
