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Intervista ad Alfio Vandi, prima maglia bianca della storia del Giro d’Italia: i ricordi 50 anni dopo


Un progetto editoriale curato da Iacopo Salvatori.

Giro d’Italia 03/05/2026
Intervista ad Alfio Vandi, prima maglia bianca della storia del Giro d’Italia: i ricordi 50 anni dopo

Venerdì 8 maggio prenderà il via la 109º edizione del Giro d’Italia, un appuntamento che quest’anno coincide anche con un anniversario speciale: i 50 anni dalla prima maglia bianca della storia, conquistata nel 1976 da Alfio Vandi. Magro, occhi azzurri e un volto ancora da ragazzo, Vandi soprannominato “l’usignolo di Romagna” nasce a Santarcangelo di Romagna il 7 dicembre 1955. Si avvicina giovanissimo al ciclismo, distinguendosi presto come scalatore. Tra i dilettanti ottiene risultati importanti, tra cui due tappe al Giro della Valle d’Aosta e una vittoria al Giro d’Italia “baby”. Il passaggio tra i professionisti arriva nel 1976 con la squadra Magniflex, anno in cui conquista anche il Giro del Veneto. Nel corso della sua carriera firma diversi successi di rilievo come una tappa alla Tirreno-Adriatico nel 1977 (Ferentino–Santa Severa), la Milano-Torino nel 1979 e, nel 1981, il Giro della Provincia di Reggio Calabria, la Cronoscalata della Futa, Memorial Gastone Nencini e la Coppa Placci. A questi si aggiungono numerosi piazzamenti di prestigio al Giro d’Italia e al Giro di Lombardia. In questo pezzo proponiamo un’intervista articolata in venti domande, tra passato e presente, per raccontare la storia, le emozioni e i ricordi di una leggenda vivente del ciclismo italiano. Tempo di lettura: 12 minuti


Nel 1976 conquistò la prima storica maglia bianca al Giro: a distanza di 50 anni esatti, che sensazioni e che ricordi le suscita oggi quel momento?

Fa sicuramente molto piacere: in carriera ho vinto una decina di corse e posso dire di essere stato un buon corridore. Tuttavia, ciò che mi dà qualcosa in più è proprio aver conquistato la prima maglia bianca del Giro d’Italia. All’epoca, però, la maglia bianca non esisteva ancora fisicamente; questo lascia un po’ di rammarico, ma negli annali e negli almanacchi rimane: il primo vincitore della maglia bianca sono stato io. Ero in lotta fino a tre o quattro tappe dalla fine con lo spagnolo Juan Pujol, un corridore piccolo ma molto forte. Nelle ultime tappe di montagna, però, sono riuscito a distanziarlo e a conquistare questa classifica; è stato senza dubbio uno dei momenti più importanti della mia carriera.

 

 

Al Giro d’Italia del 1976 lei era molto giovane: come funzionava all’epoca la maglia bianca e quali differenze ci sono rispetto al regolamento di oggi?

Al Giro d’Italia del 1976 avevo vent’anni e mezzo. A quei tempi, la maglia bianca veniva assegnata con un criterio diverso rispetto a oggi: era riservata ai neoprofessionisti, cioè ai corridori al primo anno tra i professionisti. Oggi, invece, il regolamento è cambiato: la maglia bianca viene assegnata ai corridori che non hanno ancora compiuto 26 anni al 1° gennaio dell’anno in corso. Questo significa che, pur essendo ancora giovane negli anni successivi, non potevo più competere per quella classifica; altrimenti, con ogni probabilità, l’avrei vinta anche nel 1977 e nel 1978.

 

 

Ai suoi tempi a che età si passava professionisti e com’è stato il suo passaggio tra i pro?

Di solito si diventava professionisti intorno ai 21 anni. Nel mio caso, però, ci fu una sorta di deroga, anche se non ricordo bene per quale motivo. Sono nato nel dicembre 1955 e passai professionista all’inizio del 1976, quindi avevo praticamente vent’anni appena compiuti.

 

 

Ha corso 12 Giri d’Italia ottenendo piazzamenti di grande rilievo. Il quarto posto del 1977, in particolare; quel 4° posto lei lo ha sempre sentito come un podio: anche considerando quello che venne fuori successivamente, prova ancora questa sensazione?

Per me sì, quella sensazione è sempre rimasta; poi la realtà ufficiale è un’altra e bisogna accettarla. Quel corridore (Michel Pollentier), l’anno seguente al Tour de France fu trovato in possesso di un sistema per eludere i controlli antidoping. Utilizzava dei tubicini lungo il corpo, con un piccolo tappo vicino alle mani, che gli permettevano di simulare il controllo senza utilizzare l’urina del momento, ma probabilmente un liquido conservato in precedenza. Il caso, però, emerse al Tour e non al Giro d’Italia: questo significa che, ufficialmente, il mio risultato resta un quarto posto, anche se dentro di me continuo a sentirlo come un podio.

 

 

A poco più di 20 anni si è ritrovato a correre accanto a campioni affermati tra cui Merckx: che effetto faceva entrare in quel mondo e riuscire subito a ottenere risultati importanti? 

Beh, diciamo che Eddy Merckx era un po’ un caso a parte: quell’anno vinse la sua settima Milano-Sanremo, ma era già leggermente in fase calante. Infatti, al Giro d’Italia vinse Felice Gimondi che, pur avendo 34 anni, dimostrò ancora una volta tutto il suo valore. Però, al di là di questo, trovarsi a correre e a giocarsi le tappe importanti con corridori come Roger De Vlaeminck, Franco Bitossi, Gianbattista Baronchelli e Francesco Moser non era certo una cosa da poco per un ragazzo così giovane. Ricordo che, già al mio primo Giro, dopo le prime tre o quattro tappe, grazie agli abbuoni, mi ritrovai addirittura quarto in classifica generale. Ero davvero molto giovane e quella situazione mi emozionava parecchio: la notte facevo fatica anche a dormire.

 

 

Si dice spesso che ai suoi tempi si correva praticamente senza sosta, da febbraio a ottobre: com’era reggere quei ritmi e quanto era diverso rispetto alla gestione più programmata dei corridori di oggi?

Si correva praticamente senza sosta, da febbraio fino a ottobre. Era un ciclismo molto diverso rispetto a quello di oggi: i ritmi erano continui e i corridori più forti li trovavi davanti per gran parte della stagione, dalla primavera all’autunno. Ogni tanto emergeva qualche sorpresa, magari proprio al Giro d’Italia, ma spesso si trattava di presenze episodiche. Non esisteva una programmazione così precisa come oggi: chi stava bene correva, senza troppi calcoli; era un ciclismo più “istintivo”, meno pianificato. Non si era quasi mai al 100% della condizione, ma si riusciva comunque a ottenere risultati anche al 90%, proprio perché anche gli altri raramente erano al massimo. In gara, l’obiettivo era soprattutto restare con i migliori e giocarsi le proprie carte. All’epoca mancavano strumenti oggi fondamentali, come i misuratori di potenza: si procedeva più a sensazione, basandosi su esperienza e percezioni. Col senno di poi, magari avere quei dati avrebbe reso tutto più preciso e interessante.

 

 

Anche al Giro di Lombardia ha ottenuto risultati importanti, nove partecipazioni e ben cinque top 10: che tipo di corsa era per lei e quanto si adattava alle sue caratteristiche?

Per me il Giro di Lombardia era una corsa particolarmente adatta alle mie caratteristiche, molto più della Milano-Sanremo. All’epoca, tra l’altro, la Sanremo non prevedeva ancora salite come la Cipressa, quindi risultava ancora più favorevole ai velocisti. Il Lombardia, invece, era una classica di fine stagione, lunga e impegnativa, con diverse salite che facevano selezione. Già da dilettante riuscivo a esprimermi bene su percorsi di questo tipo. Era una gara che sentivo mia: le salite riducevano il gruppo e mi permettevano di emergere, portandomi spesso a ottenere buoni risultati. Inoltre, pur essendo a fine stagione, riuscivo spesso ad arrivare a quel periodo ancora in buona condizione, allenandomi bene per chiudere l’anno nel miglior modo possibile.

 

 

Lei non era dotato di uno spunto veloce, ma è comunque riuscito nell’arco della sua carriera ha conquistare diverse vittorie importanti

È vero, non ero velocissimo, ma qualche vittoria sono comunque riuscito a ottenerla. Ho vinto la Milano-Torino, la Coppa Placci, Giro del Veneto... La Milano-Torino, ad esempio, l’ho conquistata staccando tutti sulla salita di Superga: alle mie spalle arrivarono Claude Criquielion e Wladimiro Panizza. In altre occasioni, invece, sono riuscito a dire la mia anche allo sprint. Alla Coppa Placci, per esempio, in un arrivo a tre mi sono imposto in volata su Palmiro Masciarelli e Marino Amadori, anche grazie a un pizzico di furbizia. A parte questa vittoria, proprio perché non ero particolarmente veloce, mi capitava spesso di arrivare a giocarmi la vittoria senza riuscire a concretizzare. Nel 1981 corsi circa un centinaio di gare e in almeno 80-85 di queste arrivai allo sprint per la vittoria, ma riuscii a impormi solo occasionalmente. Nel mio palmarès pubblico non sono riportate alcune vittorie in corse minori, come un circuito a Carpineti, in provincia di Reggio Emilia: in quell’occasione arrivai da solo, dopo aver fatto la differenza negli ultimi giri su un tratto in salita.

 

 

C’è una corsa che non è riuscito a vincere ma che avrebbe voluto aggiungere al suo palmarès?

Sì, sicuramente ho un rimpianto: una tappa al Giro d’Italia 1986. Era quella con arrivo a Rieti, dove arrivai secondo alle spalle del portoghese Acácio da Silva. Quel giorno fui protagonista di una lunga fuga, di circa 65-70 chilometri, ma venni ripreso a pochi chilometri dall’arrivo. Nel finale, poi, ci giocammo la tappa in tre: io, Da Silva e Giovanetti. Da Silva, tra l’altro, non era certo un corridore qualunque: in quel Giro vinse due tappe e, negli anni successivi, riuscì anche a indossare la maglia gialla al Tour de France. È una tappa che mi è rimasta dentro come rimpianto, perché quel giorno ero davvero vicino alla vittoria.

 

 

Nel 1981 fu tra i protagonisti del Mondiale di Praga, contribuendo all’argento di Giuseppe Saronni: che ricordo ha di quella chiamata in azzurro e del suo ruolo di gregario in quella gara?

La chiamata in azzurro arrivò in un periodo particolare: c’erano due capitani come Francesco Moser e Giuseppe Saronni, e ognuno di loro voleva avere al fianco due o tre gregari di fiducia. Questo lasciava pochi posti disponibili, anche perché c’erano corridori di alto livello come Battaglin, Baronchelli e Pierino Gavazzi. Negli anni precedenti forse avrei meritato la convocazione, ma non facendo parte delle squadre di Moser o Saronni era più difficile trovare spazio. Nel 1981, invece, entrai praticamente di forza, perché stavo andando davvero forte: probabilmente fu la mia stagione migliore. Alla fine, in quel campionato del mondo Saronni conquistò l’argento; se avesse vinto, anche noi gregari avremmo ricevuto un premio importante: all’epoca non era come oggi, e anche qualche milione di lire faceva davvero comodo.

 

Si dice spesso che il ciclismo di una volta fosse più ‘vero’: secondo lei è davvero così?

No, anzi: penso che oggi fare il ciclista sia ancora più difficile rispetto ai miei tempi. Il livello si è alzato tantissimo e tutti sono preparatissimi: ogni corridore ha un team alle spalle fatto di preparatori, medici e nutrizionisti. L’alimentazione è studiata nei minimi dettagli, così come ogni aspetto della preparazione. Ai miei tempi, invece, si andava molto più “a sensazione”, senza tutta questa precisione scientifica; era sicuramente un ciclismo diverso.

 

 

Ai suoi tempi com’era l’alimentazione prima delle corse, e quanto è cambiata rispetto al ciclismo di oggi?

Come ho raccontato in passato, prima della partenza si mangiava riso e bistecca… oggi, a ripensarci, sembra quasi incredibile. Però all’epoca mangiavano tutti così, quindi anche l’approccio alla gara era diverso: le partenze erano un po’ più blande, perché eravamo tutti appesantiti. Oggi, invece, sarebbe impensabile: se un corridore mangiasse una bistecca prima del via, rischierebbe di restare fermo al palo, perché gli altri sono subito pronti e reattivi grazie a un’alimentazione molto più mirata. Ricordo che già negli ultimi anni della mia carriera, diciamo dalla metà degli anni ’80 in poi, le cose stavano cambiando: al mattino si iniziava a privilegiare soprattutto la pasta, mentre la bistecca veniva spostata eventualmente alla sera prima. Si cominciava a scegliere cibi più digeribili e facilmente assimilabili. Ai tempi della maglia bianca, invece, si mangiava così… ma funzionava, perché tutto era rapportato all’epoca: un po’ come le biciclette, più pesanti rispetto a oggi, ma uguali per tutti.

 

 

Lei era considerato un grande talento: si è mai immaginato come sarebbe stata la sua carriera nel ciclismo di oggi, tra tecnologia, preparazione e nuove bici?

Sicuramente, con le condizioni di oggi, probabilmente avrei ottenuto qualcosa in più. Anche dal punto di vista economico le cose sarebbero state diverse: uno che andava come andavo io, pur senza essere un grandissimo vincente, oggi avrebbe avuto un ritorno maggiore. C’è da dire, però, che ancora oggi i premi vengono divisi con la squadra: una parte va a meccanici e massaggiatori, e il resto si spartisce tra i corridori; alla fine, quindi, ciò che rimane al singolo non è mai l’intero premio. Per fare un esempio, ai miei tempi, quando vinsi la maglia bianca al Giro d’Italia del 1976, non era previsto nemmeno un premio in denaro. Insomma, con il ciclismo di oggi probabilmente avrei guadagnato di più e raccolto qualcosa in più. Ma alla fine è andata così… e va bene anche così.

 

 

Guardando alla sua carriera nel complesso, c’è una scelta o un momento che oggi cambierebbe? E a Seixas consiglierei... 

Forse cambierei una cosa: aver affrontato il Giro d’Italia così presto. Col senno di poi, avrei potuto aspettare un paio d’anni in più per arrivarci con maggiore esperienza, che in corse del genere è fondamentale. Credo che avrei potuto fare ancora meglio proprio grazie a un bagaglio di esperienza più ampio. Non perché mi sia “bruciato”, ma perché mi mancavano alcune conoscenze, soprattutto nel muovermi in gruppo e nel lavorare con la squadra: aspetti che si imparano solo con il tempo. Oggi, sotto questo punto di vista, è diverso: i corridori sono molto più supportati, ci sono le radioline e i direttori sportivi che seguono tutto passo dopo passo; ai miei tempi era tutto più istintivo. Per esempio, guardando un giovane talento come Paul Seixas, il consiglio sarebbe quello di non avere fretta: magari evitare di puntare subito al Tour de France, fare prima esperienza con una corsa come la Vuelta e arrivare più pronti negli anni successivi.

 

 

Dopo aver visto l’evoluzione del ciclismo, le chiedo: c’è oggi un corridore in cui si rivede? Che ne pensa del giovane Seixas che tanto sta facendo parlare di sé ? 

Mi ha fatto una domanda difficile; oggi il livello è altissimo e ci sono corridori davvero fortissimi. Per esempio, Paul Seixas ha un talento enorme ed è un atleta molto completo, che potrà raccogliere l’eredità di Tadej Pogačar. Lo sloveno è impressionante per la sua capacità di fare la differenza su ogni terreno: in salita, in pianura e a cronometro. Se invece devo fare un nome in cui mi rivedo un po’, direi Giulio Pellizzari: è un corridore giovane e interessante, con caratteristiche che, per certi aspetti, mi ricordano le mie.

 

 

Da dove nasce il suo soprannome “Usignolo”?

Il soprannome “Usignolo” me lo diede il giornalista Gino Sala. Non perché cantassi tanto, anzi: l’usignolo è un uccello che non canta spesso, ma quando lo fa si fa notare per la bellezza del suo canto. Il paragone era proprio questo: non vincevo molto spesso, ma quando riuscivo a farlo, erano vittorie di valore, prestazioni importanti. Era quindi un modo per dire che magari non ero uno che collezionava tanti successi, ma che quelli che arrivavano avevano un peso e un significato particolare.

 

 

Che rapporto ha oggi con la bicicletta? Continua a pedalare ancora oggi ?

Sì, vado ancora in bici, anche se oggi mi rendo conto davvero di quanto andassi forte una volta. Adesso faccio più fatica: non riesco più a spingere certi rapporti o a salire con la stessa velocità di prima. Purtroppo, un paio d’anni fa ho avuto un incidente e mi sono rotto il bacino: nella vita di tutti i giorni sto abbastanza bene, ma quando sono in bici ne risento ancora. È stata una caduta banale: sono scivolato mentre appoggiavo il piede a terra e sono finito al suolo, battendo la schiena su uno scalino. Oggi continuo comunque a pedalare, anche se faccio meno strada. Prima dell’incidente riuscivo ancora a fare anche 140 chilometri, da solo o in compagnia, affrontando anche diverse salite; adesso vado più piano, ma la passione è rimasta.

 

 

Lei viene spesso descritto come un passista-scalatore, è d’accordo con questa descrizione?

Mi sono sempre sentito più uno scalatore che un passista-scalatore. Forse non ero uno specialista assoluto delle salite più dure, e nelle prove a cronometro non andavo particolarmente forte, anche a causa del mio peso leggero. Però, quando la strada iniziava a salire, riuscivo a difendermi bene, valorizzando al massimo le mie caratteristiche da scalatore.

 

 

Chi pensa che vincerà questa edizione del Giro d’Italia? Pellizzari potrà puntare alla vittoria?

Penso che il favorito sia Jonas Vingegaard: se viene al Giro d’Italia con l’obiettivo di vincere, ha tutte le carte in regola per farlo. Per quanto riguarda Giulio Pellizzari, secondo me è ancora un po’ presto per puntare alla vittoria finale; nelle ultime corse ha fatto molto bene come al Tour of the Alps, è un corridore interessante, ma per la vittoria finale vedo altri corridori un passo avanti.

 

 

Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere cosa rappresenta per lei il ciclismo, quale sceglierebbe?

Se devo scegliere una sola parola, direi: vita. Il ciclismo è stato tutta la mia vita, e in fondo lo è ancora oggi. Anche se ho smesso da tanti anni, quando guardo le corse continuo a immedesimarmi: il mio cuore è sempre lì. In un certo senso, mi rivedo ancora in quello che succede in gara, come se fossi ancora dentro al gruppo.

 

 

Rennracker Robbie beim Giro d’Italia è un libro tedesco pubblicato nel 2026 che riporta la figura di Alfio.

Volevo aggiungere una curiosità: esiste un libro, scritto in tedesco da una signora; non conoscendo la lingua, non ho potuto leggerlo direttamente, ma da quello che mi è stato raccontato si tratta di un libro per ragazzi. Racconta la storia di un giovane che sogna di correre il Giro d’Italia e, essendo ancora all’inizio della sua carriera, punta alla maglia bianca. In alcuni passaggi viene citato anche il mio nome: questo ragazzo mi prende come riferimento, come esempio. Non sono il protagonista, ma in qualche modo rappresento una figura a cui lui si ispira, una sorta di idolo nel suo percorso verso quel sogno. Nel finale si accenna anche al Tour de France, quindi probabilmente ci sarà un seguito. Questo primo libro è legato al Giro d’Italia e alla maglia bianca, al sogno di questo ragazzo che vuole arrivare a conquistarla proprio come ho fatto io.

 

✍️: Iacopo Salvatori