La cronometro è forse l'essenza stessa della vita: una prova da soli, nel tentativo di battere le lancette che scorrono inesorabili, ma allo stesso tempo in compagnia di altri che percorrono la medesima strada. È una sfida prima di tutto con se stessi, ma inevitabilmente anche verso e con gli altri. Nella prova contro il tempo risiede il significato più profondo della metafora del ciclismo per la vita, poiché è lì che scorre il senso di tutto. Quando pedali da solo, cercando ogni minimo vantaggio possibile per migliorare, concentrandoti tanto sui dettagli quanto sulla visione d'insieme, proprio lì si trova una delle filosofie della vita più profonde. Peccato che questa solitudine insieme agli altri non venga quasi mai considerata nella sua essenza, oscurata da una parte dalla solitudine assoluta, che diventa puro anonimato, e dall'altra dalla compagnia perpetua, nella quale tutto finisce per omologarsi. Eppure è proprio nello stare da soli con gli altri che risiede il vero fulcro di tutto, quando si è capaci tanto di distaccarsi quanto di avvicinarsi agli altri.
Se questa è la dimensione più profonda, c'è poi anche la gara, il significato propriamente ciclistico della cronometro. Sebbene sia forse il momento meno spettacolare sotto molti punti di vista, essa rende la corsa successiva ancora più interessante e offre spunti di riflessione notevoli. È forse il piacere razionale per eccellenza del ciclismo: un male per il pathos immediato, ma un bene per tutto il resto. Per questo non dovrebbe mai scomparire, ma anzi tornare con ancora maggiore forza. Nell'epoca del fenomeno Pogačar qualsiasi percorso sembra adattarsi alle sue caratteristiche. Proprio per questo, però, un Tour con maggiore spazio alla pianura e alle cronometro potrebbe rendere ogni giornata un unicum, differenziando maggiormente le possibilità. Potrebbe essere un'idea per i prossimi anni: immaginare un Tour de France con circa 100 chilometri complessivi a cronometro, prevalentemente pianeggianti, magari divisi in due prove, accompagnati da sole quattro tappe di alta montagna. Sarebbe proprio lì che Pogačar dovrebbe offrire il suo spettacolo, trasformando quelle quattro giornate in eventi iconici, invece di rischiare che diventino un'abitudine quotidiana, come inevitabilmente accade quando il fenomeno sloveno domina ogni terreno. Eppure, la cronometro, proprio per la sua essenza, dovrebbe essere sempre al centro di un grande Giro. Essendo però una disciplina che va contro il tempo, è paradossalmente anacronistica per eccellenza e rischierà sempre di essere ridotta o addirittura di scomparire. Quando invece potrebbe rendere molto più interessanti tanto le giornate precedenti quanto quelle successive.
Probabilmente accade ciò che Hobbes descrive con una celebre immagine: gli uomini «hanno notevoli lenti di ingrandimento attraverso le quali ogni piccolo pagamento appare un grande gravame, ma sono privi di quei cannocchiali per vedere a distanza le miserie che incombono su di loro e che non si possono evitare senza pagare». Trasportata sul piano ciclistico, questa riflessione mostra come la cronometro rappresenti un piccolo pagamento in termini di spettacolo immediato, ma sia il prezzo necessario per ottenere uno spettacolo molto maggiore nell'insieme della corsa. E poi, visto che oggi si guarda sempre al mero lato economico, vale la pena ricordare anche un altro aspetto: per chi assiste dal vivo, una cronometro è spesso più bella da seguire di una gara in linea, perché permette di osservare ogni corridore singolarmente. Certo, la principale fonte di reddito degli organizzatori rimangono le televisioni, ma anche questo elemento meriterebbe di essere preso in considerazione. Questo è dunque un elogio della cronometro. Quella di oggi, però, è forse tra le meno elogiabili, poiché è fin troppo dura, ma soprattutto è anche l’unica prova contro il tempo dell'intero Tour. Una scelta che ne aggrava ulteriormente i limiti, quasi fosse stata inserita soltanto per poter dire che una cronometro c'era, ricordando, in modo quasi speculare, quella del Tour 2023. Forse è arrivato il momento di andare indietro per crescere, di modificare il passato, di imitare in vista del progresso. Forse è davvero giunto il momento di inaugurare un neo-cronometrismo.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
