Si è conclusa la seconda settimana della Vuelta a España. Come di consueto, l’analisi è suddivisa fra cinque top e cinque flop.
📈 Top
Matthew Brennan e Wout Van Aert: la coppia perfetta, un connubio che sembra avere pochi eguali: un giovanissimo e uno più esperto, due all-rounder diversi fra loro. Due tonalità di uno stesso colore, tanto simili quanto diverse: quella sfumatura è fondamentale per essere così perfetti. Per quanto riguarda il britannico, non è tanto esplicativa la terza vittoria alla Vuelta, quasi scontata per come si è sviluppata la corsa, quanto il lavoro straordinario che compie in fuga per Van Aert, seguendo qualsiasi attacco dopo una lunga fuga in una tappa senza un vero e proprio metro di pianura. Sta creando il suo pianeta: ogni giorno acquisisce nuovi elementi. Non ha un solo elemento, ma molti di più e, probabilmente, viste le sue potenzialità, negli anni potrà sbloccare ulteriori caratteristiche e diventare un pianeta sempre più ricco e variegato. Al momento ha acquisito la capacità di vincere volate in gruppo, ma anche quelle mosse e difficili; oltre a ciò, è capace di un immenso lavoro di squadra, seguendo attacchi fin dal primo chilometro. La sua squadra è sicuramente felice; gli altri pianeti, invece, si devono preoccupare, perché il britannico può vincere quasi ovunque e probabilmente può salire velocemente nella classifica delle vittorie nelle corse a tappe. Per quanto riguarda il belga, invece, cosa dire? Sta preparando il mondiale nel migliore dei modi: vince due tappe in fuga correndo sempre alla perfezione, è quasi certo della vittoria della maglia verde e sta provando anche a conquistare quella dei GPM. L’unica pecca per il belga è la decima tappa, dove la squadra punta su di lui, ma sbaglia i tempi. Il suo pianeta è ormai consolidato, stabile, capace di rialzarsi anche dai terremoti. Sembrava essere giunto sulla via del declino, invece quest’anno, al momento, è stato l’anno più felice, sebbene in mezzo alle difficoltà. VOTO 10.
Jakub Omrzel: lo avevo già giudicato per una prima settimana da montagne russe, era finito nella grande schiera dei giovani talentuosi. Lo consideravo forte, pensavo che fosse un talento, ma non pensavo potesse vincere una tappa già alla Vuelta, ma soprattutto non in questo modo. La sua prestazione sulla salita finale di Calar Alto è da top mondiale: una vittoria e una risalita in classifica notevole. In tale tappa la sua squadra è stata perfetta in fuga, non sbagliando nessuna mossa, e ora è sesto. Il sogno è provare a chiudere persino nei cinque in classifica generale e tentare di conquistare la maglia bianca. Per il vincitore del Giro Under 23 2025 questa è già la Vuelta della conferma anche fra i grandi, e si deve anche dire che è un 2006. Probabilmente non sarà mai Tadej Pogačar, ma sarà uno tra i più forti scalatori in circolazione nel futuro. La Slovenia con lui ha già trovato il sostituto di Roglič per le tappe di montagna quando Primož si ritirerà. Se Roglič è stato il nonno della dinastia, il primo arrivato; Pogačar il padre; e infine Omrzel il figlio. Ognuno con le proprie caratteristiche e con un proprio talento. Quali sono le possibilità in futuro? Non si possono ipotizzare. Questo è proprio ciò che rende lo sloveno molto interessante: probabilmente non sa neanche lui quali possano essere i suoi limiti. Giovanissimo, è ancora creta da plasmare; può essere tanto fragile quanto diventare un’opera d’arte. Merita una menzione anche Buitrago, sempre protagonista, che ha ottenuto un terzo e un secondo posto di tappa, oltre a indossare la maglia a pois con pieno merito da alcuni giorni. Per quanto riguarda lo sloveno, il VOTO è 9.5.
Enric Mas: il volto, il protagonista di sei giorni incredibili per la Movistar, che probabilmente non correva tatticamente così bene da due decenni. Tutti focalizzati su un obiettivo, tutti con un ruolo ben preciso, nulla fuori posto, tutto che sembra così perfetto da poter apparire un sogno. Al punto che la loro corsa fino a oggi sembra essere un idillio cantato, scritto ad hoc, non la realtà. Per un’analisi più focalizzata sul team bisogna aspettare anche l’ultima settimana, ma per quanto riguarda il loro capitano al momento è il più forte in salita: guadagna mediamente 30” in ogni tappa di montagna e non vince soltanto perché si decide anche saggiamente di lasciare andare le fughe. Lo scoglio, al momento, sembra essere la cronometro, che da sempre è stato il suo tallone d’Achille. C’è uno storico paradosso che narra di Achille contro la tartaruga, con la tartaruga che riesce a stare sempre davanti ad Achille. In questo caso lo spagnolo ha un vantaggio che può essere sufficiente per non essere sorpassato, ma bisogna sempre stare attenti. Lui non ha mai avuto tale abito: è sempre stato il secondo o uno dei tanti, bisogna anche abituarsi a tale ruolo. Al momento lo sta personificando alla perfezione, ma bisogna attendere, poiché gli ultimi giorni probabilmente saranno i più lunghi della sua carriera. VOTO 9,5.
Marco Brenner: ammetto di aver perso quasi le speranze su di lui anche in questa Vuelta. Sembrava la solita, ennesima corsa anonima, in una carriera dove aveva brillato veramente solo poche settimane fa con la vittoria al Giro di Polonia, che sembrava segnare la rinascita. Da juniores il tedesco sembrava così promettente che ha saltato di netto la categoria degli Under 23. Sembrava il nuovo crack del ciclismo tedesco, che aveva una lunga astinenza da corridori da corse a tappe di tre settimane. E invece ora, dopo anni, seppure ancora giovane, sembra persino vecchio da quanti anni è lì a correre tra i professionisti. Il suo percorso di crescita, a posteriori, non so quanto sia stato corretto e forse è stata completamente sopravvalutata la sua generazione. La sua parabola ci può comunque dare un insegnamento: la fretta, l’ansia di dover subito arrivare, non sempre aiutano; per lo più comportano persino un rallentamento. Si cerca di accelerare troppo senza avere il tempo di cambiare la marcia in modo graduale e si rischia persino di implodere o di esplodere. Ma lui, in tutto ciò, ha continuato a pedalare, e questa vittoria può segnare l’inversione della funzione: non più una parabola discendente, ma un andamento sicuramente crescente. La vittoria, e soprattutto il modo in cui è stata ottenuta, può dargli fiducia e ci insegna che si deve aspettare fino all’ultimo prima di giudicare, sia in bene sia in male, sia nelle troppe aspettative sia nella mancanza totale di fiducia. Perché probabilmente la verità non risiede mai agli estremi, ma sempre nel giusto mezzo, che non è mai neanche la media aritmetica, ma dipende da situazione a situazione. VOTO 8.
Bastien Tronchon: nel caso del francese siamo nella situazione in cui nessuno se lo poteva aspettare, mai menzionato, forse solo le TV francesi lo potevano considerare uno dei tanti outsider. E invece, in questa circostanza di totale sottovalutazione, emerge proprio lui con una volata perfetta. Non sarà neanche tra i cinquanta ciclisti più forti, non sarà nemmeno tra i dieci uomini più veloci alla Vuelta, ma lui la sua vittoria l’ha portata a casa. Questo discorso offre la possibilità di parlare di due aspetti interessanti. Il primo riguarda proprio il giovane francese, che stava partecipando quasi in sordina, sebbene in carriera avesse già due vittorie: una tappa alla Burgos da ventenne e la vittoria della classica Tro-Bro Léon. Entrambe non sono corse WorldTour, ma sono abbastanza considerate. Questo ci può far comprendere come abbia un certo livello e come, quando vince, sia sempre qualcosa di peso, persino in crescita di vittorie: magari potrà vincere al Giro e al Tour in futuro, se ci sarà la giusta occasione. Il secondo aspetto riguarda il ciclismo, ultimamente diventato solo uno sport prestazionale, togliendo il secondo valore che lo ha sempre accomunato, ossia quello di essere anche uno sport di situazione e quindi di tattica. Questo aspetto spesso viene trascurato, ma è fondamentale, come si può notare proprio nella tappa vinta dal francese, che ha conquistato la vittoria sfruttando tatticamente la situazione che si era creata insieme al suo team. Non sarà Napoleone, non sarà mai il protagonista, ma è uno che arricchisce il ciclismo di sfumature: un cosiddetto comprimario, che, sebbene non sia il più forte e il più visibile, ha sempre un certo ruolo in un film o in una situazione, poiché è il livello sopra la base, quello che collega il vertice alla base ricca di comparse. VOTO 8.
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📉 Flop:
Jordi Meeus: alla vigilia è lui il rivale più accreditato di Brennan e Van Aert per le volate, ma al momento riesce a vedere soltanto la ruota posteriore del britannico, ottenendo qualche piazzamento sul podio quando riesce ad arrivare in volata. Bisogna sottolineare come non ha la squadra per lui, questo sicuramente rende la situazione più difficile. Ma forse ci si poteva aspettare un po’ di più? Era la sua occasione di brillare, ma ha ancora qualche possibilità. Il prossimo anno non si sa ancora dove andrà: difficilmente può rimanere in Red Bull, dove il team è già saturo di capitani da grandi giri e, per giunta, ha anche due velocisti pronti a sbocciare. Si parla per Meeus di Lidl-Trek. Lui è spesso stato sottovalutato, ma è riuscito a vincere anche una volata a Parigi al Tour de France, quindi sicuramente possiede un certo spunto veloce e una capacità di recupero non indifferente. Visto il campo dei velocisti, ci si poteva aspettare forse un tentativo migliore di riuscire a vincere, mentre al momento, come detto, riesce semplicemente a stare attaccato alla ruota. Ma per un velocista questo conta relativamente: prende sempre il binario giusto, ma non riesce mai ad approfittare della situazione, rimanendo bloccato prima di entrarci definitivamente. VOTO 5,5.
Lorenzo Fortunato: lo scalatore italiano è il simbolo di una Vuelta che per i corridori italiani si preannunciava difficile fin dall’inizio. Erano in pochi e non c’era nessuno dei più forti italiani: il più forte è proprio Lorenzo, insieme a Zana. Se il secondo ha ottenuto qualche discreto risultato, il primo però ha come miglior risultato un tredicesimo posto in fuga. L’anno scorso Fortunato aveva veramente brillato al Giro, conquistando anche la maglia del migliore scalatore. Quest’ultima era il principale obiettivo di questa corsa spagnola, ma fin dalla terza tappa lo stesso clima si era opposto, con la grandinata. Ma, con il senno di poi, poco sarebbe cambiato, poiché non ha la condizione dei giorni migliori. Ci prova, ha sicuramente forza di volontà, ma essa non è sufficiente: è solo condizione necessaria. Lui ha sicuramente la mentalità, il cervello, quindi è semplicemente un problema di condizione. Ha avuto una stagione tribolata, lo aspettiamo il prossimo anno, magari con la scelta di andare al Giro, dove ha sempre brillato e dove ha trovato le gioie più grandi. Mancano ancora sei tappe, magari in questi giorni potrà crescere di condizione, anche se sembra abbastanza irrealistico oggi. Ma nel ciclismo tutto può cambiare alla velocità della luce, anche in pochi chilometri, e lo sa bene Fortunato, che le sue gare di solito le ha vinte tramite rimonte da dietro. Prototipo di scalatore puro che non è istintivo, è un unicum. Sono convinto che tornerà presto al suo livello. Menzione d’onore, per quanto riguarda i corridori azzurri, per il compagno di squadra di Fortunato, Romele, che è stato capace di ottenere svariati piazzamenti, tra cui spicca un secondo posto dietro a Van Aert. Per quanto riguarda Lorenzo Fortunato, il VOTO è 5.
Mikel Landa: il sole sembra essere tramontato sulla carriera del basco. Al momento siamo sul fare della sera: si vede ma non si vede, siamo in quella fase in cui ci si può muovere, ma non con la stessa sicurezza e brillantezza di quando c’è la luce del sole. Lo scalatore basco sta correndo la Vuelta, ma quasi per portare a termine il suo ennesimo grande giro della carriera, poiché il miglior risultato è stato un 27º posto. Se finirà la Vuelta, sarà il suo ventesimo grande giro completato, in una carriera anche molto sfortunata. Difficile parlare della sua Vuelta, ma merita spazio sicuramente un’analisi di quello che ha fatto, ma soprattutto di quello che ha rappresentato. Come detto, proprio perché siamo sul fare della sera, con la civetta che sta per giungere, siamo nel momento perfetto in cui si può giudicare un corridore, nello spazio dedicato alla nottola di Minerva. Landa ha ottenuto podi, ha quasi rischiato di vincere al Giro, ha vinto tappe al Giro e alla Vuelta, ha perso persino un podio al Tour per un secondo. Ma più che i risultati, di lui parla il fatto che sia sorto un movimento in suo onore, il cosiddetto landismo. Ciò basta per capire che, sebbene non sia stato un vincente, il suo segno nel mondo ciclistico lo ha lasciato. VOTO: SI DEVE ANDARE OLTRE A QUESTA VUELTA.
Matthew Riccitello: l’anno scorso, in questi tempi, si era palesato al grande pubblico con una più che ottima Vuelta, corsa anche in una situazione difficile per via della squadra dove correva. Aveva conquistato la top five e anche la maglia dei migliori giovani. 365 giorni dopo, in una squadra molto più forte e in una situazione più tranquilla, la situazione si è completamente rovesciata. Dopo un Tour in crescendo, la Vuelta poteva essere la sua occasione: aveva anche la possibilità di essere libero e di vedere nel corso dei giorni se poteva essere la seconda punta. Invece tali aspettative vengono subito deluse ad Andorra. Questa settimana è anche peggio, poiché non lavora mai per il proprio capitano, come se non fosse capace di fare tale lavoro. Per caratteristiche, proprio non sembra essere adatto per fare il gregario; di norma tale ruolo è ricoperto più da passisti-scalatori che da scalatori puri come lui. C’è ancora una settimana per giudicare meglio, ma intanto quest’anno sembra essere stato abbastanza grigio, come se si trovasse fuori posto, sebbene corra per un team tra i migliori a livello mondiale. Forse ha bisogno di tempo o di avere la fiducia e le aspettative tutte su di lui. Il prossimo anno, almeno sulla carta, senza Gall può avere molto più spazio, quindi si potrà giudicare anche quest’aspetto. Al momento l’impressione è quella di un ingranaggio pregiato inserito però nel meccanismo sbagliato: non è detto che sia solo l’ingranaggio a non funzionare. Ogni elemento, per funzionare, ha bisogno di un proprio luogo ideale. Non ovunque e in qualsiasi ruolo si riesce ad avere il medesimo rendimento. VOTO: COLLOCAZIONE SBAGLIATA.
Le immagini della Vuelta a España: sarò ripetitivo, ma repetita iuvant. La regia e le immagini della Vuelta non sono concepibili nel 2026. A volte serve persino il cannocchiale per cercare di capire qualcosa, o forse persino il microscopio, da quanto sono riprese dall’alto e fanno diventare i ciclisti piccoli quasi come degli organismi non visibili a occhio nudo. Per non parlare della gestione in generale delle immagini, senza diretta integrale in molte tappe. A volte sembra tutto gestito come capita, alla buona, senza stress, ma un po’ di organizzazione sarebbe apprezzabile per aiutare sia i telecronisti sia chi guarda da casa. Si può anche sbagliare, errare humanum est. Tuttavia c’è sempre la successiva proposizione da ricordare: sed perseverare diabolicum est. Questa è la versione edulcorata; Cicerone si mostrava molto più severo scrivendo nelle Filippiche: Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, ossia perseverare nell’errore è proprio dello stolto. In ogni caso, la Vuelta ha proprio questa caratteristica e non sembra voler cambiare. Ogni anno si ripete, è quasi come un difetto di fabbrica impossibile da risolvere, sebbene ogni anno ci sia un aggiornamento, come l’elemento originario che la caratterizza. VOTO: NON SI CAMBIA MAI.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
