Alla vigilia delle tappe conclusive e più dure, la giornata, come da pronostico, ha visto la fuga arrivare al traguardo, con la vittoria di Carapaz, protagonista in ogni senso della tappa di oggi. Prima ancora che la fuga prendesse forma, infatti, è successo un episodio che ogni tanto capita: un “tifoso” si è messo abbastanza al centro della strada guardando la telecamera anziché i ciclisti, con il rischio di uno scontro proprio con l'ecuadoriano, impegnato in un'azione per tentare di dar vita alla fuga. Questo tipo di rischio si verifica spesso, in modi diversi, ma in un grande giro finisce quasi sempre per ripresentarsi almeno tre volte.
Che cosa c'è dietro a simili azioni? Da una parte, sicuramente, l'ignoranza di ciò che si sta guardando e dei rischi che ne derivano; dall'altra, soprattutto, il desiderio di non essere soltanto spettatore, ma anche, almeno in parte, protagonista, con una volontà di mostrarsi che dilaga senza più cercare di vivere il momento per quello che realmente è. La volontà umana di apparire è innata, ma sembra essersi ulteriormente intensificata. Siamo già oltre quell'iconomania descritta da Anders nel dopoguerra: siamo giunti nell'iper-iconomania, ma non solo, poiché l'iconomania si è ormai trasformata in un presenzialismo iconico. L'immagine non serve più a conservare un'esperienza, ma a dimostrare la propria presenza. Ciò che conta è semplicemente la commistione tra l'essere presenti e il mostrare, in qualche modo, la propria presenza; se poi qualcosa rimane davvero in noi o se il momento è stato vissuto pienamente diventa quasi superfluo.
Probabilmente dietro alle molteplici situazioni di questo genere vi è proprio questo, oltre alla consueta dose di ignoranza rispetto a ciò che è il ciclismo professionistico. L'evento non consiste nel farsi filmare o nel fare foto o video ai ciclisti, perché nel momento in cui lo si fissa esso smette persino di essere un evento e diventa un qualsiasi avvenimento riproducibile. L'evento è guardare, osservare, vivere l'attimo, quell'istante, più o meno veloce, in cui i ciclisti passano. È quello che rimane davvero nella coscienza, non uno dei tanti filmati o dei tanti momenti in cui si viene ripresi dalla telecamera. Quello, prima o poi, resterà soltanto nella memoria del cellulare, senza aver lasciato una traccia autentica in noi, e così diventiamo semplici spettatori di qualcosa che, paradossalmente, ci rimane del tutto estraneo.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
