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LO SPECCHIO DELLA CORSA: ASPETTANDO IL NUOVO MESSIA

Tour de France 24/07/2026
LO SPECCHIO DELLA CORSA: ASPETTANDO IL NUOVO MESSIA

 

Oggi, nella tappa dell’Alpe d’Huez, è arrivato il momento migliore per parlare dell’avventura italiana sulle strade del Tour de France. Per due motivi: da una parte c’è stata l’impresa trascendente di Pogačar, che ha infranto il record di Pantani, rimasto intatto per troppo tempo; dall’altra, è bastato ascoltare la telecronaca, che continuava a evocare i magici anni Novanta delle vittorie italiane, per poi assistere al contrasto con il presente, vedendo oggi ogni italiano staccarsi ancora prima di arrivare all’Alpe.

In generale, le aspettative per questa edizione erano molto basse. Ganna è andato vicino alla maglia gialla, e pur avendo ottenuto successivamente anche un discreto piazzamento, non è riuscito ad andare oltre. Per quanto riguarda gli altri, invece, i risultati sono stati pochi e per motivi differenti: c’è chi ha svolto il proprio lavoro da gregario e chi, al contrario, ha visto le proprie ambizioni svanire fin dai primi giorni. Il più giustificato nelle prestazioni è sicuramente Piganzoli, che paga ancora le fatiche del Giro d’Italia e negli ultimi giorni lo si è visto chiaramente. Ma non è nemmeno una questione di singoli corridori, poiché il problema riguarda l’intero movimento. Il leitmotiv emerge con evidenza osservando soltanto il numero delle vittorie di tappa. Dal 2000 al 2004 l’Italia ne ha conquistate 13; dal 2005 al 2009, 7; dal 2010 al 2014, 8, di cui ben quattro firmate da Nibali in una sola edizione; dal 2015 al 2019, 5; dal 2020 al 2024, nessuna. In questo lustro, al momento, restano soltanto le due vittorie di Jonathan Milan dello scorso anno. Nello stesso periodo il Belgio riesce a vincere almeno cinque tappe per ogni edizione del Tour, mentre per noi è già un risultato importante conquistare un piazzamento tra i primi tre. Oggi abbiamo due eccellenze: Milan nelle volate e Ganna nelle cronometro. Se uno è assente e per l’altro manca una cronometro completamente pianeggiante, il risultato è quello che stiamo vedendo. 

L’Italia vive ormai da anni una crisi evidente, mascherata per lungo tempo dalla presenza di campioni straordinari come Nibali. Mentre lui continuava a vincere, il movimento, in superficie, si rinsecchiva lentamente e, in profondità, perdeva le proprie radici. Le cause di questa crisi sono molteplici e affondano le loro radici nel tempo, è qualcosa di atavico. Siamo rimasti ancorati a un passato che non esiste più sotto molti aspetti e, allo stesso tempo, tentiamo di modernizzarci senza aver realmente cambiato mentalità. Oggi sembra quasi che si attenda l’arrivo di un salvatore capace di mettere una toppa ai problemi, invece di costruire finalmente un sistema. In questo senso, probabilmente, Finn rappresenta l’angelo destinato a salvarci, colui che potrebbe sbucare quasi dal nulla e riportare entusiasmo al ciclismo italiano. È la speranza più concreta che abbiamo, ma, per il momento, resta soltanto una speranza, perché ha ancora moltissimo da dimostrare. Eppure, anche se dovesse arrivare il Messia, non basterebbe a risolvere tutti i problemi. Servirebbe creare un sistema capace di valorizzare quel talento e di sfruttare il momento favorevole, e non sono certo che oggi il ciclismo italiano sia davvero pronto a farlo. Il presente appare opaco, ma all’orizzonte si intravede una luce intensa, accompagnata da tante piccole lucciole che rappresentano gli altri giovani talenti, come Donati. Il futuro può ancora diventare luminoso, forse, un giorno farci dimenticare che oggi ogni italiano entrato in fuga si è staccato fin troppo facilmente, come è accaduto a Tiberi.

Articolo scritto da Cristian Bortoli