Negli attimi prima di un gara, ogni secondo è controllato e programmato. La colazione, l'abbigliamento, il riscaldamento, la presentazione delle squadre. Non c'è tempo per un fuoriprogramma, non c'è tempo per sostare. Il ritmo serrato della mattina incalza, la testa è già sul percorso. Tutto è incanalato verso un'unica direzione, un flusso di uomini e pensieri che si avviano verso la linea di partenza. Sembra non ci sia spazio per fermarsi, neanche per un momento. La stessa cosa vale per me, impegnata con l'obiettivo della macchina fotografica e pronta a cogliere ogni attimo della mattinata. Per entrambe le parti lo schema è chiaro: arrivi, lasci la bici, sali sul palco, saluti e te ne vai. Niente di più, niente di meno. All'improvviso, vedo un gesto inusuale. Il flusso si ferma, i pensieri deviano e lasciano affiorare l'uomo oltre l'atleta. Un gesto all'apparenza semplice, ma pieno di significato: una carezza. Simbolo di affetto, gratitudine, stima, rispetto. Spesso è la prima cosa che lasciamo andare quando non c'è tempo, con l'idea, magari, di condividere più tardi questo momento così privato. Trovare il tempo o crearlo per una cosa come questa significa dare estrema importanza non solo al gesto ma al anche destinatario. Non serve andare lontano per capire quanto una bici possa essere importante per un ciclista. Non serve neanche ricordare la Parigi-Roubaix del 2021 dove bici e atleta ci hanno fatto sognare. Tutti noi lo sappiamo. Un'immagine come questa non ritrae semplicemente Moscon: ritrae ognuno di noi.
Foto e testo "Marta Callegaro, @cycling.elite"
