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PAGELLE DEL MONDIALE DI CICLISMO FEMMINILE IN LINEA

Campionati mondiali 27/09/2026
PAGELLE DEL MONDIALE DI CICLISMO FEMMINILE IN LINEA

 

Il campionato mondiale di ciclismo femminile in linea merita un’analisi dettgliata: è stata una corsa veramente spettacolare e, per l’occasione, merita un giudizio suddiviso nei consueti cinque top e cinque flop.

TOP:

Demi Vollering: alla collezione della campionessa neerlandese mancava solo l’oro iridato. Pretende dalla propria nazionale di avere tutte le compagne per sé, dopo alcuni campionati del mondo in cui, anche a causa di una confusione nelle gerarchie, non aveva potuto neanche provare a vincere. Quando parte da distante e riesce a creare distacco sulla salita più lunga del percorso, quasi tutti pensavano che sarebbe stato un assolo in solitaria. Invece, chilometro dopo chilometro, il vantaggio diminuisce, fino a essere ripresa. In quel momento poteva crollare mentalmente, e non solo fisicamente; invece mantiene le motivazioni e la concentrazione, non sbaglia più nulla e, con la volata nel finale, conquista l’oro iridato. Al traguardo e in conferenza, le lacrime e le parole mostrano la sua umanità. Umana sebbene fortissima, questa è la sua cifra stilistica. Già da oggi si merita un ritratto nel pantheon ciclistico, che dovrebbe essere in pieno stile fiammingo, tra luce e ombra, tra il suo essere fenomenale e, dall’altra parte, giustamente fragile e allo stesso tempo capace di adattarsi. VOTO 10.

Kasia Niewiadoma: la sua carriera è incredibile: ha 22 vittorie, 37 secondi posti, 44 terzi posti, 38 quarti posti. Nel suo palmarès brilla la vittoria generale al Tour de France e la vittoria di tappa sul Ventoux, ma per il resto è considerata una delle più grandi piazzate nella storia del ciclismo. In ogni gara che si guarda è sempre lì: quando partecipa, il suo nome è una garanzia, si sa che difficilmente esce dalle prime 10 in quasi ogni tipologia di percorso, escludendo le volate o le tappe completamente piatte. In quest’occasione ha poco da rimpiangere: corre alla perfezione, collabora con la riserva e ci prova fino in fondo. Alla fine, tutta la sua caparbietà mostra che è andata oltre il limite, andando oltre la riserva del proprio corpo, come manifesta il crampo nel finale. Lei oggi ha tentato, ha rischiato come un saltatore con gli sci che vola dal trampolino di Zakopane, un salto razionale e artistico come sanno fare solo i saltatori: lei ha raggiunto la sua perfezione, ma non è bastata alla vittoria. Sarà ricordata nel pantheon ciclistico femminile, seppure non come vincente, ma forse proprio tutta la sua storia ciclistica è ancora più significativa. Alla fine ha ancora anni per provarci e sono convinto che non mollerà mai, proseguendo su questa rotta che è ormai più che decennale. L’argento conquistato ieri è la sua seconda medaglia dopo il bronzo conquistato nel 2021; tale podio rende la sua stagione da protagonista del ciclismo femminile. VOTO 9,5.

Elisa Longo Borghini: inconfondibile sia per pedalata sia per strategia di gara, è lì a competere per il mondiale dal 2011: si può persino parlare di un’era geologica diversa per quanto riguarda il ciclismo. Elisa ha attraversato i periodi, si è evoluta ma non ha mai cambiato la sua natura, che è composta di tenacia e forse di troppo altruismo. Ma oggi non sbaglia alcunché, ci prova, vuole l’oro e il modo per conquistarlo era quello che ha seguito. Arriva alla quarta medaglia in un mondiale, giungendo a soli 4” dall’oro, in una gara eccezionale. La prima medaglia era arrivata nel lontano 2012, la settima medaglia in una competizione importante per nazionale individuale. Anche solo guardando gli uomini, tali risultati sono stati ottenuti da ben pochi nella storia, poiché si contano sulle dita di due mani. In carriera ha vinto tanto e bene, tra qualità e quantità; manca solo quella medaglia dorata, che sarebbe il completamento di una reggia già abbellita, un castello del tutto particolare, un unicum, da fuori magari poco appariscente, con forme grezze, ma all’interno, appena entrati, ci si trova davanti a qualcosa di magnifico, in un contrasto fra fuori e dentro che rende la costruzione sublime. VOTO 9.

La completezza della Francia e della FDJ United-SUEZ: se si considerano le nazionali, la Francia riesce a piazzare tre atlete nelle 10: Berthet, Gery e Squiban; se si considerano le squadre delle atlete, la FDJ riesce a ottenere il primo posto di Vollering, il quinto di Berthet, il settimo di Gery e il decimo di Koch. Per quanto riguarda la Francia, difficilmente si poteva ottenere di più, poiché Squiban prova a conquistare vantaggio con un attacco in solitaria, mentre dietro Berthet e Gery provano a resistere. In ogni caso, la più anziana ha 27 anni, la più giovane 20 anni: il futuro sembra essere anche loro, soprattutto per Gery, che sembra avere le stimmate da campionessa, si vede una luce diversa in lei. Per la questione della squadra più forte il discorso è più dettagliato, ma in ogni caso oggi si vede veramente la loro forza, più di altre volte, poiché in questa occasione sono ognuna libera di correre per sé, senza doversi sacrificare per Vollering. In ogni caso, la Francia sta costruendo: erano partiti quasi da 0 e, anno dopo anno, anche grazie all’introduzione del Tour de France femminile, stanno arrivando al vertice. Un ottimo esempio di programmazione, che parte dal basso e, a vari step, può giungere anche al vertice, che al momento è colorato di arancione, ma fra un decennio magari avrà anche il blu scuro. VOTO 8.

Marlen Reusser: la sua gara è una rincorsa da quando si accende la competizione, a causa di un errore tattico rivelato da lei: quando Vollering è scattata per la prima volta, lei era a prendere una borraccia, quindi fin da subito ha dovuto rincorrere. Poi, con la sua capacità da cronometro, è sempre rientrata, ma non è riuscita a tenere le accelerazioni delle più forti. Alla fine arriva a nemmeno 10” dalla vittoria e a pochi secondi dal podio. Lei è la sconfitta, ma non si può parlare di fallimento, poiché ha perso, ma ha anche conquistato ancora più consapevolezza di essere lì, in quel pantheon. Da questa gara può portare a casa vari dati e insegnamenti che possono essere utili per le prossime gare. Al suo palmarès manca ancora una grande classica, magari il prossimo anno potrà provarci con più certezze e senza errori tattici. Se per quanto riguarda le prove a tempo è lei la donna da battere, nelle gare in linea deve pensare e magari rafforzare altre qualità che ha trascurato, perché non si può trovare sempre a dover compiere una cronometro in una gara in linea: non tutto può diventare una sfida contro le lancette, non tutto può essere trasformato in un orologio, in un Rolex, ma il tempo può essere calcolato in svariati modi diversi in base alla situazione. In ogni caso, è da apprezzare il fatto che volesse vincere e non puntare solo alla medaglia: ciò è evidente da come ha corso. VOTO 7.

FLOP:

La Germania: al via erano outsider, avevano tre buone atlete su tutte: Koch, che giunge decima, Lippert, quattordicesima, e Niedermaier, che conquista un ventottesimo posto. Sono anche discreti risultati, ma fra le nazioni al via considerate tra le più forti è quella che ottiene meno. Subiscono la corsa fin da subito, passive alla ricerca del miglior piazzamento possibile, che alla fine porta a una sufficiente top 10. Il flop è più per il modo in cui sono giunte a tale risultato: remissive, comparse sul palcoscenico, come se fossero avvolte da un clima troppo freddo, dove si può soltanto resistere senza riuscire a essere davvero autonome, quando il vero teatro della storia, secondo una corrente di pensiero, si trova nelle zone temperate. VOTO 5,5.

Lotte Kopecky: non era la favorita, il percorso era troppo duro per la condizione della belga in questa stagione. Si stacca fin dalla prima accelerazione di Vollering e può solo cercare di concludere la gara nel miglior modo possibile; alla fine giunge ventesima. La stagione da maggio in poi è stata molto difficile per lei, senza particolari risultati, quasi anonima in base al suo talento. In carriera, quando era al massimo della condizione, riusciva a competere anche nelle lunghe salite, come il Blockhaus o il Tourmalet; in questo caso, invece, non ci prova quasi nemmeno, si lascia scivolare sempre di più nelle retrovie, segno che al momento non è quell’atleta che ci si ricorda. Segno di un momento no o di un lento processo verso la decrescita? Questa è la domanda aperta, che può avere risposta solo nel futuro. In ogni caso, ci ha abituato così bene che, in una stagione in cui ha vinto la Milano-Sanremo, sembra quasi persino negativa. Forse è soltanto una parentesi nel ciclo della sua carriera, un inverno destinato a lasciare nuovamente spazio alla primavera, oppure il primo segnale di un autunno che ancora non avevamo visto arrivare. VOTO 5,5.

La nostra dipendenza da Elisa Longo Borghini: i risultati delle nostre sono positivi in base al loro potenziale: Gasparrini giunge dodicesima, Casasola ventiduesima, Trinca Colonel venticinquesima e Persico trentesima. Perché allora considero flop la situazione italiana, tralasciando Elisa? Perché guardo verso il futuro. Per alcuni aspetti, infatti, i risultati ottenuti negli ultimi anni sono stati conquistati in gran parte dalla piemontese, e quindi sembra per certi versi la medesima situazione che un decennio fa si verificava nel ciclismo maschile, con Nibali che riusciva a coprire molte delle nostre lacune. Nel ciclismo femminile, pochi anni fa eravamo la seconda forza: c’era un dualismo evidente, quasi un duopolio, con noi a rincorrere le neerlandesi. In questo decennio, invece, stiamo retrocedendo sempre di più e non avvertiamo neppure questo pericolo, perché guardiamo soltanto ai risultati e non a ciò che c’è dietro: buone atlete, ma nessuna campionessa o talento davvero lucente. In questo caso il mio grido è quasi quello del folle di Nietzsche, di colui che al mercato va a urlare che Dio è morto. Probabilmente, al momento, sono soltanto un folle, ma sarà il futuro a dirlo. Nell’aforisma nietzschiano, però, il folle aveva intuito qualcosa che gli altri ancora non riuscivano a vedere: forse anche qui il problema è che ci accorgiamo della crisi soltanto quando sarà ormai troppo tardi. E se allora era l’uomo ad aver ucciso Dio, qui potrebbe essere stato il sistema ciclistico italiano ad aver progressivamente soffocato la propria capacità di rinnovarsi. VOTO: LA PROFEZIA DEL FOLLE. 

Le varie cadute: l’unica vera pecca della giornata di ieri sono state le cadute, che hanno eliminato dal palcoscenico tre protagoniste: Paula Blasi, Kim Le Court-Pienaar e la campionessa in carica Magdeleine Vallieres. Tali cadute sono sicuramente il rimpianto, poiché la gara è stata già bellissima, ma con l’aggiunta di altre protagoniste avrebbe potuto essere ancora più meravigliosa. Nel ciclismo, a qualsiasi livello, le cadute rappresentano quell’evento che accade quasi sempre, al punto che difficilmente si può parlare persino di evento, ma di una tassa tra le più cattive, perché suscita anche meraviglia negativa, dramma. Sono impossibili da eliminare, ma si potrebbe pensare a rendere il tutto più sicuro, sia attivamente sia passivamente; al momento, invece, si prosegue senza evidenti cambiamenti per quanto riguarda la sicurezza, a volte anche peggiorando la situazione, vedasi l’asfalto e alcune scelte relative alle transenne a Montreal. VOTO: LA PEGGIORE TASSA.

Il solito adagio: il rapporto fra compagni di squadra che influenza il Mondiale. La storia dei Mondiali è evidente, ogni volta si notano comportamenti particolari, in cui atleti e atlete non corrono completamente per sé e per la propria nazionale, ma pensano e sono coinvolti emotivamente anche in base al team di appartenenza durante la stagione. In questo caso non è stato troppo evidente, come in altre occasioni: la più famosa è sicuramente il Mondiale maschile di Lisbona 2001, ma gli esempi si trovano ogni anno. In questo caso le francesi non hanno corso liberamente, non hanno pensato di andare a recuperare Vollering e poi hanno esultato anche umanamente con lei al traguardo. Tale situazione è stata “denunciata” da Reusser, intervistata sul traguardo, parlando apertamente di qualcuna che non collaborava perché pensava ad altro. È difficile dare un giudizio morale, poiché è umano tutto quello che è avvenuto, umano, troppo umano per poter dare un giudizio su un piano simile. Il problema è che tale aspetto è anche comprensibile dal punto di vista sportivo, almeno sotto alcuni aspetti. Quindi, seppure la situazione sia brutta da vedere, sembra anch'essa necessaria, non in modo strutturale come le cadute, bensì in modo emotivo e antropologico. È quasi come se il Mondiale fosse il luogo in cui l'individuo dovrebbe improvvisamente liberarsi di tutti i legami costruiti durante l'anno e tornare a essere soltanto rappresentante della propria nazione. Ma l'atleta non è una tabula rasa, non lo può essere, poiché porta con sé amicizie, rivalità, riconoscenza e rapporti costruiti nel corso della stagione. Per questo, per eliminare completamente questo fenomeno, non basterebbe cambiare il regolamento, si dovrebbe cambiare il modo stesso di pensare e di vivere dell'essere umano, un aspetto che appare quasi impossibile da modificare. VOTO: UMANO, TROPPO UMANO.

Articolo scritto da Cristian Bortoli