Si è conclusa la terza settimana del Giro d’Italia ed è arrivato il consueto momento di dare qualche giudizio a riguardo. Mi concentrerò esclusivamente sulla terza settimana tramite 5 top e 5 flop; per giudizi più ampi su tutto il Giro uscirà un pagellone dedicato alle squadre.
📈 Top:
Jonas Vingegaard: ha deciso che non deve uscire in nessun modo dai top. Anche questa settimana, a modo suo, dà spettacolo, vincendo due tappe che potevano essere anche tre, poiché nella tappa regina decide di dare la possibilità al proprio compagno di vincere. Un Giro d’Italia, il suo, quasi mai messo in discussione: è il sovrano assoluto di questa corsa e, sebbene disponga di tale potere, decide con saggezza e generosità di rendere felici anche i propri gregari. Questa settimana rappresenta al meglio il campione danese, che in qualsiasi altra epoca probabilmente sarebbe stato il più forte corridore da corse a tappe, tranne che in questa. Al momento ha completato per primo la tripla corona ed è lui, per questo, a occupare il trono regale delle corse a tappe. VOTO 10 E LODE.
Michael Valgren: il danese ad Andalo conquista finalmente il titolo di campione della lega Pokémon, dopo aver conquistato vari titoli parziali dai singoli capopalestra. Fuori dalla rappresentazione, dopo aver conquistato varie classiche e tappe in giri minori, riesce finalmente a coronare il sogno della vittoria in un grande giro. In una tappa infinita come quella trentina non solo è il più forte, ma è anche quello che non sbaglia nessuna mossa: sempre davanti, sceglie i momenti alla perfezione, ormai da corridore esperto. L’intervista finale è inoltre uno dei momenti più belli del Giro, con lui che, tra stanchezza ed emozione, non riesce neanche a trovare le parole adeguate a raccontare la storia dietro alla sua esultanza. Si ritira prima della tappa di venerdì e per questa settimana si può dire di lui: veni, vidi, vici. VOTO 9.
Sepp Kuss: in lui risiede la capacità di essere il gregario scalatore più forte di questo decennio, ma anche quella di essere chirurgico quando è libero da tali compiti. In un Giro in cui non è brillantissimo, ha un’opportunità e non sbaglia nessuna mossa: sceglie il momento giusto e vince la tappa regina di Pian di Pezzè. Tale vittoria corona una carriera già più che buona e permette allo statunitense di completare la collezione di vittorie di tappe nei grandi giri. Arrivato in sordina nel mondo dei professionisti, a poco a poco è diventato una certezza, poiché su di lui si può sempre fare affidamento. Ha una caratteristica nella quale eccelle; per il resto è forse anche sotto la media, ma quando la strada sale è tra i più forti. È iperspecializzato in quello e quella è la sua dimora: appena la strada diventa irta, più chilometri ci sono e meglio è per lui. Il ciclismo va in una direzione in cui lo scalatore puro non ha così tanto spazio, ma chi eccelle se lo crea. Kuss ha plasmato in questi anni il proprio ruolo, diventando imprescindibile per il capitano, ma concedendosi anche spazi personali, questo è il suo habitat naturale. VOTO 9.
Jonathan Milan: un Giro che per venti tappe sembrava veramente maledetto, ma alla fine arriva la vittoria tanto agognata. È sicuramente il velocista più potente in circolazione, ma non il più completo. Ha ancora margini, soprattutto in termini di posizione e aerodinamicità, oltre alla possibilità di avere un treno migliore. Ma è umano, quindi i limiti devono esserci: sono quelli che dovrà smussare anno dopo anno. Eppure già oggi possiede un palmarès che pochi velocisti puri possono vantare nell’arco di un’intera carriera. Si è partiti però dalla fine, quando durante questa settimana è riuscito a chiudere terzo nella tappa di Pieve di Soligo. Da lì è iniziata la sua ripresa, poiché tenendo sul Ca’ del Poggio ha mostrato tenacia e voglia di vincere, condizioni necessarie per arrivare al successo. Bisogna anche dire che Milan, al contrario di quanto spesso accade, non si è mai lamentato e si è sempre preso le proprie responsabilità; anche questo è fondamentale. Il Giro, sebbene in gran parte negativo, viene salvato dalla vittoria finale, che per un velocista è in fondo l’unico elemento che conta. Come uomo, però, il suo Giro è stato più che positivo. Se per venti giorni il suo Giro sembrava un campo di grano popolato da corvi neri sotto nuvole di tempesta, l’ultimo giorno ha rappresentato il levar del sole. Da qui si deve continuare. VOTO 9.
Paul Magnier: è il velocista più completo di questo Giro e lo dimostra anche nella terza settimana con la vittoria, pronosticata da quasi nessuno, di Pieve di Soligo, che forse più delle altre rappresenta il suo valore. Alla sua prima terza settimana in carriera non cala ed è anzi tra i velocisti più freschi, mostrando anche discrete doti di recupero. Sembrava quasi persa la maglia ciclamino, ma alla fine è lui a portarla a casa. Un obiettivo della sua carriera potrebbe essere quello di vincere tutte le maglie a punti dei grandi giri e cercare di conquistarne il più possibile. D’altronde è ancora molto giovane: ha soltanto 22 anni e già 29 vittorie in palmarès. Al momento mostra proprio le caratteristiche del vincente ed è supportato alla perfezione. Lui e il suo treno in questi 21 giorni sono stati il connubio perfetto, l’intesa da cercare di copiare. Sebbene si possa imitare il meccanismo, quello che vi è di più profondo non può essere emulato, poiché si può vedere soltanto l’involucro esterno, mentre l’interno che rende Magnier e il suo team la migliore squadra per velocisti probabilmente rimarrà un mistero. L’unica pecca per lui e i compagni è l’ultima volata, nella quale partono troppo presto e Magnier rimane chiuso. Peccato che sia avvenuto proprio alla fine, ma tutto il resto non deve essere dimenticato: venti giorni perfetti non possono essere cancellati da qualche sbavatura conclusiva. VOTO 8.
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📉 Flop:
Giulio Ciccone vs Einer Rubio: antefatto: siamo nella diciannovesima tappa, in fuga. Mancano circa 30 km al traguardo quando Gee scatta mentre Rubio sta tirando per conquistare i secondi al Red Bull KM; il colombiano si mette a discutere con il canadese. Poco dopo arriva il GPM: Rubio, che avrebbe un interesse limitato a quel traguardo, scatta quasi per ripicca per togliere punti a Ciccone e ci riesce. Da lì segue una discussione, con Ciccone che poi attacca in discesa e lo stacca. Liquido velocemente la questione per quanto riguarda il colombiano: era da solo e non aveva compagni, probabilmente esisteva anche qualche accordo con Ciccone o qualcosa di simile. Alla fine, sebbene sia un comportamento particolare, non ha rovinato la gara di nessun compagno: discutibile, rivedibile, ma in parte comprensibile. Tutto il contrario per Ciccone, che aveva un compagno in lotta per il podio o comunque per un piazzamento importante in classifica generale. Tramite la sua azione individualistica cosa ha ottenuto? Un terzo posto di tappa, con il compagno che alla fine arriva persino davanti a lui. Si sacrificherà una volta seriamente per i compagni oppure no? O deve sempre mettere se stesso al centro? L’anno scorso, nelle tappe albanesi, il suo mettersi a disposizione aveva portato a ben due vittorie di tappa di Mads Pedersen; invece in questo Giro raramente ha pensato agli altri, salvo episodi sporadici che vengono completamente oscurati da questo evento, quando un fatto negativo cancella tutte le piccole cose positive. Se le energie mentali che ha sperperato, sommate a quelle fisiche spese per quell’attacco senza senso, fossero state utilizzate per Gee, il canadese avrebbe come minimo guadagnato un minuto in più, che poteva rivelarsi fondamentale. La massima dell’egoismo non può essere universalizzata: nessuno vivrebbe volentieri in un mondo ciclistico fatto soltanto di comportamenti come quello di Ciccone venerdì. In parte una situazione simile va persino contro l’amor proprio, perché talvolta, nell’essere giusti verso i propri compagni, si è più felici di quando si pensa soltanto a se stessi. La tappa di Pian di Pezzè lo mostra alla perfezione. Nota bene: non sto giudicando Ciccone come persona, ma il suo comportamento e le sue scelte in tale occasione. VOTO 3.
Ben O'Connor: il caldo e la condizione lo respingono completamente; in ogni salita va in difficoltà. Ha già mostrato in passato di amare il freddo e non il caldo, e probabilmente non possiede nemmeno una condizione ottimale. Questa duplicità di elementi lo manda completamente in crisi. Nella diciannovesima tappa cerca di andare in fuga, viene respinto da qualsiasi gruppo, ma tenacemente non molla e non si lascia andare al gruppetto, giungendo al traguardo con oltre nove minuti di ritardo, quando avrebbe potuto mollare completamente. Se è stato rigettato dalle gambe, la sua testa sicuramente non lo abbandona mai, come ha spesso dimostrato in una carriera costruita in gran parte sul principio del “volere è potere”. Ma questo non funziona sempre, perché è certamente una condizione necessaria, ma non sufficiente. VOTO 4.
Giulio Pellizzari: un Giro difficile, condizionato da problemi di salute che ne compromettono il rendimento. È la nostra più grande speranza per le corse a tappe insieme a Piganzoli, ma partiva da capitano, seppur con gli stessi gradi di Hindley. Dopo una seconda settimana che sembrava indicare una ripresa, crolla completamente a Carì, svuotato e senza energie. Dopo quella crisi trascorre la settimana a remare, fatta eccezione per la tappa di Pian di Pezzè, dove con tenacia e capacità riesce a inserirsi nella fuga e poi, con le poche energie rimaste, aiuta Hindley a involarsi verso il podio finale di Roma. Sebbene sia sicuramente un Giro negativo, quanto accaduto costituirà un’esperienza fondamentale per il futuro. Un grande pensatore come Aristotele sosteneva che il mondo della prassi non fosse per i giovani; trasposto sul piano sportivo, significa che se non sei un fenomeno hai bisogno di esperienze e di cadute per migliorare giorno dopo giorno. Da qui si riparte, con la speranza di un futuro radioso davanti. D’altronde Giulio non ha ancora compiuto 23 anni. VOTO 5.
Dylan Groenewegen: ha una squadra costruita quasi completamente attorno a lui, con la sola eccezione di Poels. Nessun altro velocista dispone di un’organizzazione simile alle proprie spalle. Da tali premesse ci si poteva aspettare qualcosa di più. A Roma il team lo porta nella posizione ideale, ma gli manca la giusta brillantezza e conclude quarto. La sua è una carriera particolare, fatta di momenti altissimi, con ben sei vittorie al Tour, e di momenti bassi che hanno rischiato di segnarne la fine. Eppure lui si è sempre rialzato. Ha sicuramente dei limiti, ma come spunto rimane tra i migliori e possiede una capacità di accelerazione che ha pochi eguali. Ormai è esperto, conosce se stesso e saprà sicuramente analizzare questo Giro per continuare una stagione che era iniziata bene. Applausi in ogni caso al suo team, che con pochi mezzi ha costruito un’alchimia quasi perfetta. Tuttavia il limite è dato dalla materia prima, che può essere resa sempre più raffinata, ma se non ha la potenzialità di diventare oro non lo sarà mai; potrà però essere argento. VOTO 5,5.
Tobias Lund Andresen: era stato la rivelazione tra i velocisti nei primi mesi della stagione e la prima tappa in Bulgaria, conclusa al secondo posto, sembrava averlo confermato. Tuttavia, da quel buon inizio diventa uno dei tanti e arriva all’ultima settimana ancora più scarico. Lo dimostrano non solo il settimo posto finale a Roma, ma soprattutto l’incapacità di disputare la volata a Pieve di Soligo, lui che rientra tra i velocisti più resistenti del lotto. Le potenzialità sono evidenti e sono sicuro che prima o poi vincerà una tappa in un grande giro, perché la sua carriera sembra in piena rampa di lancio. Lui e Groenewegen sono completamente agli antipodi sotto ogni aspetto; l’unica caratteristica comune è che entrambi sono velocisti. Ed è proprio questo a mostrare quanto il ciclismo sia eterogeneo: sebbene svolgano lo stesso compito, non possono essere realmente paragonati. Vecchio contro giovane, sprinter da ultimi cinquanta metri contro sprinter da volata lunga, poco resistente alla salita contro corridore resistente: sono soltanto i primi confronti che vengono in mente. In ogni caso Andresen ha anche la giustificazione di dover arrangiarsi in ogni volata, elemento che va necessariamente considerato, pur sapendolo fin dal primo momento in cui ha firmato per la Decathlon. VOTO 5,5.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
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