Entra in pista con i tuoi campioni!

Pro Cicling Fanta il nostro fantaciclismo

Regolamento

Gioca su tutte le corse!

Disponibili corse a tappe e corse singole!

Info

Se ami il ciclismo...

cosa stai aspettando?
Unisciti a noi!

Registrati

TOP E FLOP DELLA TERZA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

Tour de France 27/07/2026
TOP E FLOP DELLA TERZA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

 

Si è conclusa anche l'ultima settimana del Tour de France, con tante conferme e qualche sorpresa. C’è molto da dire ed è inutile dilungarsi ulteriormente. Come di consueto, l’analisi è suddivisa fra cinque top e cinque flop.

📈 Top:

Tadej Pogačar: ormai le parole sono sprecate per uno che ha raggiunto tale livello di dominio e di padronanza della situazione. Leviatano, volontà di potenza, forza plastica, creatore di un nuovo sistema valoriale ciclistico, sovrano assoluto; leader massimo e gregario più forte. Non ha più alcun limite, entra definitivamente nella leggenda con il quinto Tour de France e completa l’ultima settimana con il record sull’Alpe d’Huez e con la vittoria di quella tappa, che resterà nella storia del ciclismo. L’azione a Parigi è solo un’aggiunta, un’affezione non sostanziale rispetto a quanto accaduto, una cosa da aggiungere a qualcosa che era già perfetto di per sé. VOTO: NON SEI UMANO.

Richard Carapaz: è il protagonista del Tour. Se la prima settimana è stata sottotono, la seconda è stata quella della rinascita e della forza di volontà; il suo volto era l’espressione massima della grinta, ma la terza settimana è quella del completo riscatto: due tappe alpine e la maglia a pois conquistata. È stato il più tenace, il più forte in fuga, risale la classifica generale come pronosticato alla fine della prima settimana, chiudendo ottavo. Giunge alla decima vittoria di tappa nei grandi giri, un bottino niente male. Verrà probabilmente ricordato non a sufficienza, ma quello che ha lasciato anche in questo Tour è stato molto significativo. Emblematica è la sua sparata, il suo scatto che ha sempre fatto male, unito alla capacità di continuare quella progressione, e poi il viso che racchiude la fatica e il non mollare. Soprannominato La Locomotora del Carchi, o anche El Jaguar de Tulcán, oltrepassa tali soprannomi, quasi riduttivi, poiché racchiude sicuramente la capacità di una locomotiva di andare avanti a passo veloce, ma anche la rapidità furtiva del giaguaro. Tuttavia, entrambi i soprannomi non bastano a descrivere le altre qualità che sono sotto gli occhi di tutti: si dovrebbero fondere in uno solo, in un ibrido che forse rappresenterebbe meglio l’ecuadoregno. VOTO 10.

Remco Evenepoel: dopo anni di sonore critiche, alla fine si riscatta e questa terza settimana è la sua consacrazione come uomo anche di classifica generale. Arriva al secondo podio al Tour de France, giungendo al primo posto tra gli umani. In questa settimana domina la cronometro; l’unico suo rimpianto è quello di non avere cronometro sufficienti per avere maggiori possibilità. Nel 1990 c’erano 147 km di cronometro individuale, nel 2000 erano diventati 75 km, nel 2010 60 km, mentre oggi, nel 2026, c’è solo una cronometro di 26 km e, per giunta, non pianeggiante. Si può immaginare un controfattuale: se nel 2026 ci fossero stati i 147 km a cronometro del 1990, tutti pianeggianti, cosa sarebbe successo? Probabilmente avrebbe avuto come margine di vantaggio su Pogačar almeno tre minuti e, almeno per un po’, il Tour sarebbe rimasto più incerto. L’esito probabilmente sarebbe stato lo stesso, ma ci sarebbe stato più spazio e una minore chiusura anticipata della corsa. In ogni caso il belga esce dal Tour con la certezza di poter combattere per il podio in ogni corsa a tappe e con la sicurezza di essere uno dei cronoman più forti della storia. Sembra costruito per infrangere le regole dell’aerodinamica, una vera e propria Formula 1, che a volte sembra avere le ali mobili per volare così a cronometro o in pianura. Non a caso è soprannominato Aerobullet, il proiettile aero, ma da oggi sarà riconosciuto anche come uno dei più forti scalatori. VOTO 9,5.

Il duo Jasper Philipsen e Mathieu Van der Poel: per quanto riguarda il belga, dopo settimane difficili per un corridore del suo talento, arriva la vittoria tanto agognata, bisogna ricordare che con questo successo rientra nella top 30 dei corridori con più vittorie al Tour: è a quota 11, a una sola lunghezza da Cipollini. Riesce anche a riaprire momentaneamente la corsa per la maglia verde, che sembrava ormai chiusa, ma che viene poi serrata definitivamente da Pedersen, come solo il danese poteva essere capace di fare. Per quanto riguarda il velocista belga, c’è il quinto anno consecutivo con almeno un successo al Tour; nel nuovo millennio ci sono riusciti soltanto Cavendish (fermo a sei anni consecutivi), Pogačar (al momento a sette anni) e Hushovd (che si è fermato a sei anni). Queste sono statistiche che lo fanno rientrare nel novero degli uomini veloci destinati a essere ricordati nella storia del Tour de France. In Alpecin ha trovato la sua casa e, da quel momento, ha sempre ripagato la fiducia ricevuta, anche quando sembrava difficile raggiungere l’obiettivo. Probabilmente non è il più forte in nessuna singola caratteristica delle volate e, a volte, è brusco, ma non ha particolari difetti: è un 8,5 in molte delle qualità richieste a un velocista. L’unico difetto, da una certa prospettiva, è il suo essere spesso al limite e, a volte, anche oltre, ma questa è una caratteristica di molti velocisti, che vivono per la vittoria più di chiunque altro, poiché è su quella che vengono giudicati. Hanno un chilometro, ogni tanto, nel quale devono mettere tutto se stessi, e da quello dipende tutto. Già questo mostra come vivano al limite per essenza, ed è giustificabile, da un certo punto di vista, il cercare di provare tutto ciò che è permesso e persino qualcosa in più. A Parigi giunge secondo, quasi senza pedalare sul traguardo, per ricambiare il favore a Van der Poel, che nella diciassettesima tappa si era sacrificato per lui. E cosa dire di quello che è riuscito a fare il neerlandese a Parigi? Aiutato anche da Pogačar, compie un’azione al dir poco spettacolare che, se non avesse già fatto qualcosa di simile, ad esempio all’Amstel Gold Race nel lontano 2019, sarebbe sembrata ancora più stupefacente. Riesce a resistere al rientro del gruppo dei velocisti, non sa neanche lui come, e in questo Tour può essere l’unico a poter dire: «ho staccato di ruota Pogačar». È lui l’altro campionissimo di quest’epoca: se non ci fosse Pogačar, avrebbe già riscritto tutti i record delle sue classiche. Ma non credo che abbia qualcosa di cui lamentarsi, poiché non sarà mai l’eterno secondo, bensì uno dei più forti e vincenti della storia per quanto riguarda le sue caratteristiche. Quando si ritirerà, si sentirà fortemente la sua mancanza, poiché ha lasciato un segno su questa epoca, che sarà ricordata quasi come un’era geologica, per quanto profondo è stato il cambiamento che ha contribuito a determinare. VOTO 8,5.

Mads Pedersen: se si guardano i risultati al traguardo, in questa settimana sono discreti, nulla di eccezionale, ma ciò che sorprende è il modo in cui ha voluto conquistare la maglia verde, in una maniera unica, che forse solo un Sagan in stato di grazia sarebbe riuscito a replicare. Eppure, neanche del campione slovacco si è mai visto un attacco dal gruppo su una salita alpina, cosa che al danese ormai non manca. Ha un motore fuori dall’ordinario: conquista, dove sembrava impensabile, ben due traguardi volanti posti dopo salite dure, impresa incredibile per uno che dovrebbe essere un velocista resistente e un uomo da classiche del pavé. E invece, quando lo vuole davvero, per lui sembra quasi impossibile essere staccato. Completa così il tris delle maglie a punti nei grandi giri, un’impresa riuscita a pochissimi nella storia. Probabilmente si ritirerà con meno vittorie di quanto il suo talento avrebbe meritato, ma ha comunque lasciato un segno in chi ha guardato le tappe dal primo chilometro: mai anonimo, è stato protagonista in ogni giornata, sia per sé sia per i propri compagni. Ritengo che tutte le squadre vorrebbero un corridore come Pedersen, ma è persino più raro di tanti vincitori, poiché prestazioni umane come le sue si sono viste raramente. È l’eroe che non vince facilmente, ma che si sacrifica fino alla fine per ottenere ciò che desidera: magari non raggiunge completamente l’obiettivo, ma qualcosa riesce sempre a portare a casa. VOTO 7,5.

________________________________________

 

📉 Flop:

Florian Lipowitz: finisce tra i flop non per una mancanza fisica o di motore, poiché il suo rientra tra i cinque migliori per le corse a tappe, ma per un difetto di abilità tecnica che appare evidente. È l’unico a cadere nella cronometro, in una curva molto pericolosa, ma solo lui finisce a terra. Questo potrebbe anche essere una semplice coincidenza, ma, unito alle prove in discesa di quest’anno, per esempio quella al Giro di Slovenia, mostra come sia ancora carente sotto questo aspetto tecnico, ed è comprensibile, visto che è arrivato al ciclismo più tardi di tutti i suoi avversari. Tale caduta lo costringe al ritiro: la sua terza settimana inizia e finisce dopo neanche venticinque minuti, nei quali stava disputando anche un’ottima prova che avrebbe potuto assicurargli almeno una top five finale in classifica generale. Puntava tutto sul Tour dopo il podio dell’anno scorso e probabilmente finirà la stagione con le sole vittorie ottenute al Giro di Slovenia. È giovane sia d’età, venticinque anni, sia dal punto di vista ciclistico, quindi ha tutto il tempo per migliorare queste carenze, soprattutto, si sa che il primo modo per risolvere i problemi è conoscerli. Magari potrebbe puntare, il prossimo anno, su più obiettivi e provare a vincere il Giro o la Vuelta. Tanto al Tour, nell’epoca dei fenomeni, già arrivare terzi è un successo enorme. Per caratteristiche rientra tra quei corridori tanto resistenti quanto poco appariscenti: probabilmente non sarà mai un campione, ma rimarrà un ottimo ciclista, uno di quelli che ogni squadra vorrebbe, perché, al netto degli inconvenienti, ottiene quasi sempre il risultato. Se fosse esistito davvero lo spirito di un popolo, come diceva il suo conterraneo Hegel, sicuramente in Lipowitz si concretizzerebbe quello tedesco. VOTO SETTIMANA: INGIUDICABILE.

Biniam Girmay: è il peggiore velocista della settimana, sebbene ci siano veramente poche occasioni per gli uomini veloci. Nelle due tappe leggermente adatte a lui non riesce a ottenere molto. Nella prima, quella con arrivo a Voiron, non riesce a entrare nella fuga di Philipsen e Kooij; a Parigi, invece, non è mai nel vivo della corsa e chiude fuori dalla top 10. Un Tour complessivamente a metà tra l’insufficienza e la sufficienza, con una terza settimana opaca. La tappa di Voiron era ovviamente difficile per un velocista, ma lui, di norma, è più resistente dell’olandese della Decathlon, che è stato il metro di paragone per questo giudizio. Le qualità dell’eritreo sono note da anni, dal mondiale Under 23 di Leuven e, soprattutto, da quel magico Tour 2024, dove vinse tre tappe. Da quel momento, però, ha conquistato soltanto altre tre vittorie e nessuna a livello WorldTour: risultati sintomatici di qualcosa che è venuto meno o che ancora manca. La vita del velocista è giudicata dalle vittorie. Lui ha scelto di essere un velocista puro, quando all’inizio della carriera aveva mostrato anche altre qualità, e da questa decisione discende inevitabilmente che debba essere giudicato proprio sulle vittorie, che al momento non sono all’altezza del suo talento. L’inizio della sua carriera era stato folgorante: aveva scalato il vertice velocemente; ora, invece, sembra bloccato sull’altopiano natio, in una costante e lieve discesa da quel vertice. VOTO 5.

Juan Ayuso: ultima settimana alquanto sofferente, a partire dalla cronometro per poi giungere alla salita dell’Alpe d’Huez. Ormai il quinto posto sembrava alla sua portata alla fine della seconda settimana, invece chiude settimo, superato anche dal compagno di squadra Skjelmose, che è stata una delle sorprese del Tour per quanto riguarda la classifica generale. Lo spagnolo probabilmente ha avuto dei problemi, ma non ha precisato quali: ha parlato soltanto di una settimana difficile, espressione che può significare tutto e niente. Senza ulteriori elementi, si può dire che sia stato il peggiore tra gli uomini di classifica considerati favoriti. È ancora molto giovane, in questo Tour ha mostrato anche di essere capace di non mollare mentalmente: probabilmente l’anno precedente si sarebbe ritirato o sarebbe arrivato al traguardo con un distacco ben più consistente. C’è stato quindi un miglioramento sul versante mentale, ma ancora non sufficiente per competere almeno per un podio. Se quattro anni fa sembrava il futuro delle corse a tappe, colui che avrebbe riportato alla Spagna un trionfo nei grandi giri, ora questo obiettivo sembra allontanarsi leggermente, passando da una retta convergente a una che, al momento, sembra scorrere parallela. Probabilmente deve ancora combattere con i suoi mulini a vento, che sono soprattutto mentali prima ancora che fisici. Risolta questa battaglia fittizia, forse potrà tornare a essere quello che, a ventuno anni, saliva sul podio del suo primo grande giro disputato, la Vuelta 2022. VOTO 4,5.

Arensman – Bernal – Vauquelin: sarebbe da inserire tra i flop l’intera Netcompany, ma per questo ci sarà lo spazio dedicato nel pagellone delle squadre, quindi è meglio concentrarsi sui tre scalatori della compagine britannica. Se i primi due citati venivano dal Giro e quindi hanno una giustificazione, seppur parziale, per la loro prestazione, con Arensman almeno protagonista in fuga e autore anche di un discreto piazzamento nella cronometro (settimo), il colombiano è stato invece evanescente. Vauquelin, che l’anno scorso era giunto settimo in classifica generale, quest’anno è apparso in enorme difficoltà: ne è testimonianza una terza settimana anonima, sempre lontanissimo dai primi e mai in gioco per qualcosa di importante. Tre nomi simbolo di tre costanti diverse, ma accomunate dalla stessa matrice: il neerlandese rappresenta colui che ci prova anche se non ha i mezzi, Bernal rappresenta chi, ormai giunto alla fine del proprio percorso, usa le ultime energie per cercare ancora qualcosa, il francese rappresenta chi attraversa un momento completamente negativo e prova semplicemente a superarlo, facendo il minimo indispensabile e aspettando tempi migliori. In ogni caso, sullo sfondo rimane il medesimo leitmotiv: l’insufficienza. VOTO 4.

I tifosi dell’Alpe d’Huez: come premessa, c’è da dire che non si sta valutando l’insieme dei tifosi. Non è un discorso generale, ma riferito a una parte della folla, che per colpa di qualcuno diventa, sotto certi aspetti, una gentaglia. Quello che è successo lungo i ventuno tornanti dell’Alpe d’Huez è stato scandaloso, e quasi è stata una fortuna che soltanto il povero Rubio abbia avuto un vero inconveniente, tanto da essere costretto al ritiro. E dico, in questo caso, "soltanto", non per sminuire ciò che è successo al colombiano, ma per enfatizzare il fatto che esistevano tutte le condizioni perché si verificasse un disastro ancora più grande. Una folla composta in gran parte da persone ubriache dalla sera prima, alcuni presenti soltanto per mettersi in mostra senza alcun rispetto né per i ciclisti né per gli altri spettatori, ha rischiato di compromettere il Tour. Anche a causa del comportamento di alcuni di loro, probabilmente in futuro si sarà costretti a introdurre un biglietto d’ingresso per le grandi salite, perché momenti come questi sono inaccettabili e pessimi sotto ogni punto di vista, da quello morale a quello sportivo. Come memento per alcuni di loro dovrebbe valere questo: ricordati che tu non sei nessuno, sei uno dei tanti; i protagonisti sono i ciclisti, non tu. E ricordati che ogni tua azione può avere una conseguenza. VOTO 0.

Articolo scritto da Cristian Bortoli