L’emozione è ancora in corpo: un continuo colpo di scena tra forature, cadute, secondi recuperati e persi. È stata in bilico fino alla fine. Tralasciando il turbinio di emozioni, è necessario provare ad analizzare lucidamente, nei limiti del possibile, quello che si è appena visto. Come quasi consuetudine, le pagelle sono suddivise fra cinque top e tre flop.
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TOP:
Wout Van Aert 10: oggi vince la rappresentazione dell’umano nel mondo, l’immagine stessa del mondo a pedali. Una carriera di sfortune e piazzamenti, condita da vittorie importanti ma non quanto la sua classe meritava. Culmina, corona la sua carriera, tocca con il dito l’apogeo, dedicando la vittoria anche al suo amico defunto Goolaerts. La gara è stata la sintesi perfetta della sua carriera: fora, recupera, si rialza, fora, si rialza e alla fine trionfa nella gara che forse ha sempre desiderato. Il messaggio sullo sfondo è che a volte il volere è potere: non è sufficiente, ma è sicuramente necessario. Questo, come detto, è l’apogeo: nulla potrà restituire le emozioni provate oggi. Battere il più forte del millennio in questo mondo è qualcosa che lascia traccia nella storia ciclistica. Per una volta, la profonda umanità vince. Menzione d’onore anche per il compagno di squadra Laporte, che dietro controlla e alla fine giunge quinto.
Mathieu van der Poel 9,5: la doppia foratura nella Foresta di Arenberg gli fa perdere due minuti, poi quasi da solo si mette a recuperare. È un continuo tentativo di avvicinarsi; alla fine arriva a soli 15”, quarto. Oggi è stato lui Van Aert, ma quello che ha compiuto vale quasi più delle vittorie dell’anno scorso: un progressivo recuperare, una continua corsa contro ciò che stava accadendo. È stato il corridore che ha reso la gara ancora più incerta: tutto poteva accadere. Pedalava contro il tempo come Nietzsche cercava di andare contro il suo tempo. Non prende dieci perché ritengo che la foratura non sia solo questione di fortuna, ma anche di gestione sbagliata nel momento caotico.
Tadej Pogačar 9: un barlume di umanità è ancora presente nel campione del mondo. Decide, insieme alla squadra, di fare una gara durissima: la strategia stava andando alla perfezione finché non ha forato. Da lì, anche a causa dell’uso della bici dell’assistenza tecnica per alcuni chilometri, ha sicuramente sprecato energie preziose. Poi la gara ha preso la sua piega naturale: ha provato a staccare Van Aert, ma non ne aveva abbastanza; ha quindi tentato la volata, ma si è visto subito che non aveva la stessa potenza. Più oggi che in altre occasioni ha mostrato il suo essere campione: nel non essere completamente divino, nella non perfezione, risplende la bellezza. Da oggi la Roubaix è la sua nuova ossessione: vedremo fino a quando continuerà a battere i propri limiti.
Jasper Stuyven 9: riesce a salire sul podio di una classica monumento nell’era dei campionissimi: più di così era complesso ottenere. Tatticamente è un maestro, un professore: non sbaglia nulla. Trova anche il momento perfetto per partire e conquistare il terzo posto con una mossa simile a quella che lo portò a vincere la Milano-Sanremo. Non si sa mai cosa possa ottenere, ma quando ha le condizioni giuste sbaglia raramente. Dove non arrivano le gambe, arriva con la testa: analista delle azioni da finisseur, decifra i codici della gara come la macchina Enigma faceva con altri codici.
Mick van Dijke 8: quest’anno è cresciuto notevolmente, con enormi margini di miglioramento. L’anno scorso era giunto diciottesimo, oggi sesto. Ma non è solo la prova odierna: già alla Parigi-Nizza si era vista la sua ottima condizione e il suo nuovo livello. Se continua così, potrà ottenere molte soddisfazioni e trovare spazio in un ciclismo che, sebbene saturo di campioni, lascia ancora qualche possibilità. Complimenti anche alla Red Bull Bora-Hansgrohe e al suo progetto, che anno dopo anno diventa sempre più efficace e capace di coprire quasi ogni ambito del ciclismo: uno sport che spesso tende a una direzione unica, ma che non è ancora chiuso in una sola traiettoria; resta sempre uno spazio aperto di possibilità in cui bisogna essere bravi a inserirsi.
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FLOP:
Mads Pedersen 5,5: era uno dei principali outsider dopo i tre campionissimi, ma chiude settimo, sebbene a soli 15”. Sbaglia forse anche tatticamente nel finale, ma al di là di questa sbavatura era nel momento perfetto al posto giusto: semplicemente mancavano le gambe per seguire Pogačar e Van Aert. Condizione non al top, ma giustificata dalle sfortune dei mesi precedenti: tra fratture e malanni non è arrivato al meglio. Probabilmente paga oggi il conto della rincorsa alla forma. Ora pausa e preparazione verso il Tour de France, dove potrà dimostrare di essere ancora uno dei campioni di questo decennio.
Filippo Ganna 5,5: sicuramente sfortunato — tre forature — ma anche quando non aveva problemi sbaglia diverse curve, non riesce a limare e prendere posizione come gli altri. Ha tanta potenza ma poca abilità tecnica: alla Roubaix non basta la potenza, servono anche le altre due componenti. Il corridore ideale per questa classica è un equilibrio tra potenza, tecnica e capacità di evitare problemi meccanici. La prima Ganna la possiede pienamente; sulle altre due, ormai, i limiti sono evidenti. La scelta di saltare il Giro delle Fiandre, alla luce di oggi, appare sbagliata, anche se a priori aveva una sua logica: c’erano pro e contro che avevo già messo in luce domenica scorsa.
La scelta tattica di Jasper Philipsen 4: non si valuta il valore del corridore, ma solo la decisione tattica.
Breve riepilogo di quanto accaduto: all’inizio della Foresta di Arenberg Van der Poel fora; Philipsen, seconda punta dell’Alpecin, decide di passare la sua bici al capitano senza quasi pensarci. Tralasciando che è sicuramente fuori misura, non si ricorda che hanno attacchi diversi: quindi, oltre a perdere tempo, rovina anche la propria gara. La giustificazione è ovviamente il momento concitante, l’ansia che ha portato a tale errore. Proviamo però a ragionare tramite controfattuali: se non avesse dato la sua bici a Van der Poel, sarebbe cambiato qualcosa per la sua gara e per quella del capitano? Per la sua non credo — anche dopo ha dimostrato di non averne particolarmente — ma per il capitano forse avrebbe perso 10” in meno, che alla fine sarebbero stati fondamentali; ma a posteriori sono capaci tutti. In ogni caso, nelle situazioni impreviste spesso sbaglia: a ognuno i propri limiti. Dovrà cercare di migliorare tatticamente proprio in questi momenti non calcolati; se c’è uno spartito già scritto e che funziona è sicuramente tra i migliori, ma quando si deve improvvisare è come se qualcosa non funzionasse. Come nella musica: ci sono i grandi compositori e poi ci sono gli immensi improvvisatori.
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Commento finale:
Ho deciso di inserire solo tre flop, poiché gli altri sarebbero stati minori e liquidabili in poche parole. Si possono menzionare Van Baarle, passato vincitore, Mohorič o anche l’intera Uno-X Mobility: mai realmente visti, probabilmente condizionati da forature o cadute — quindi quasi senza voto.
Per quanto riguarda la corsa, avevo descritto le ultime due monumento con termini in contrasto: emozione e razionalità. Oggi è stato il connubio: se la Sanremo è stata la tesi, il Fiandre l’antitesi, la Roubaix è la sintesi. Dall’emozione alla pura razionalità, fino al loro intreccio. È difficile chiedere di più al ciclismo. L’unica certezza è che ogni gara aggiunge qualcosa di nuovo, anche di non scritto, difficile da prevedere: questa è la forza di uno sport che unisce prestazione e imprevedibilità, matematica e caso.
Articolo di Cristian Bortoli
