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TOP E FLOP DELLA TRE GIORNI IN TERRA BULGARA DEL GIRO D'ITALIA

Pagelle 10/05/2026
TOP E FLOP DELLA TRE GIORNI IN TERRA BULGARA DEL GIRO D'ITALIA

 

Si è da poco conclusa la grande partenza del Giro d’Italia dalla Bulgaria e, con tale chiusura, è arrivato anche il momento di valutare tre top e tre flop in generale di questi primi tre giorni.

📈 Top:

Paul Magnier: il francese, dopo una stagione precedente da mattatore nelle corse meno importanti, quest’anno alza il livello non solo della quantità, ma anche della qualità delle vittorie, primo successo in un grande giro a 22 anni, con annessa anche la maglia rosa. Ma non solo, perché vince una tappa e poi si ripete, due volate e due vittorie, ruolino perfetto. La Soudal-Quick Step ha sicuramente trovato il presente e il futuro della propria squadra, tornando alla sua prima e più forte natura; Nietzsche scriveva che la seconda natura è sempre più fiacca della prima, e in questo caso, per la compagine belga, sembra evidente. Per quanto riguarda invece il ciclista francese, i margini sembrano ampi: non appare soltanto un velocista, ma uno che può crescere in vari aspetti. Di conseguenza, si può affermare che sia un progetto in divenire; al momento l’unico limite certo è che non potrà essere uno scalatore, ma per il resto i margini non sembrano affatto definiti, e soltanto la storia potrà dirci dove si fermerà. VOTO 10.

Guillermo Thomas Silva: all’inizio della corsa nessuno si aspettava nemmeno un piazzamento da parte del corridore uruguaiano; invece, lui ottiene una combo che vale la carriera di molti ciclisti: vittoria di tappa e maglia rosa. È già un Giro trionfale per lui, ma soprattutto per il suo paese, che conquista la prima vittoria in un grande giro. Con il suo successo, le nazioni che hanno vinto almeno una tappa al Giro d’Italia salgono a 37. Per quanto riguarda Silva, il fatto che non fosse attenzionato non ci permette nemmeno di sapere quali siano effettivamente le sue caratteristiche: al momento sembra un corridore dotato di buona resistenza alle salitine e di un ottimo spunto veloce. Silva, in latino, è traducibile in italiano come “bosco”, come la selva oscura da cui è sbucato fuori ieri per vincere la tappa. In ogni caso, da sottovalutato quale era, da sabato sarà invece valutato correttamente. VOTO 10.

Diego Pablo Sevilla: per una volta è corretto menzionare anche un lottatore, uno che difficilmente potrà vincere da professionista ma che sicuramente non demorde mai. In questo Giro è proprio manifesto il suo spirito: tre tappe e tre fughe, con la maglia di miglior scalatore conquistata il primo giorno e rafforzata nei giorni successivi. Forse è proprio una delle caratteristiche più belle del ciclismo quella di offrire anche a chi non possiede abilità eccezionali rispetto agli altri il proprio momento di rilevanza, l’occasione di mostrarsi e conquistare qualcosa che, nel piccolo, resta sempre prezioso; perché non conta sempre e solo vincere, ma esistono infinite sfumature della possibilità di essere visti. In questa tre giorni il più nominato è stato lui, non solo menzionato ma anche continuamente inquadrato. Il più piccolo, metaforicamente, che per un po’ viene rappresentato come il più grande. VOTO 8.

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📉 Flop:

La scelta degli arrivi: difficilmente si poteva scegliere un ultimo chilometro peggiore di quello pianificato per la prima tappa, percorsa per lo più su ampie strade tranne che negli ultimi chilometri. Si può comprendere la necessità di arrivare in città, ma si poteva evitare di concludere una prima tappa in volata con gli ultimi 800 metri su una strada a una sola corsia. Già a monte era del tutto prevedibile che bastasse poco perché si generasse il caos, evento che di fatto si è verificato, rovinando in parte il gusto della prima tappa di un grande giro, già di per sé rischiosa; se poi si aggiungono elementi che aggravano ulteriormente la situazione, la frittata è compiuta. Per quanto riguarda invece la caduta della seconda tappa, in quel caso poco si poteva fare: è successo perché la strada era umida, bagnata, e dunque si tratta soprattutto di coincidenza, dato che basta davvero poco. La terza tappa, invece, è scorsa via senza alcun problema. Se la prima rappresenta ciò che non si dovrebbe fare, la terza rappresenta invece ciò che ogni tappa per velocisti dovrebbe cercare di essere, pur con sfumature differenti. VOTO 5.

Jonathan Milan: è il velocista più forte al via; si può discutere se sia anche lo sprinter puro più forte al mondo, e proprio per questo ci si aspettava almeno una vittoria. Però qualcosa, al momento, sembra non funzionare: per uno come lui ottenere un quarto e un secondo posto non è sufficiente. Probabilmente, guardando la mera matematica e quindi i dati, risulterà che sia stato lui a offrire le migliori prestazioni tra i velocisti, ma in uno sport che unisce prestazione e tattica, che coniuga scienza quantitativa e qualitativa, arte e scienza, non basta necessariamente essere il migliore in uno solo di questi aspetti. Da sottolineare anche come, in entrambe le occasioni, la sua squadra sia apparsa confusionaria e spesso fuori fase. VOTO 5.

La startlist: è stato così difficile trovare un’ulteriore insufficienza che questo flop può essere assegnato soltanto al livello medio dei corridori al via. Ogni anno si scende sempre di più e, ad eccezione di Vingegaard, mancano praticamente tutti gli altri fenomeni. Ormai il Giro d’Italia è sullo stesso livello della Vuelta a España e, almeno a volte, per qualità dei corridori al via è persino nettamente inferiore. Questo accade anche per il livello del ciclismo italiano, che non è certamente altissimo e compromette inevitabilmente anche il livello della corsa italiana più importante, privata di campioni locali, i quali ormai si possono contare sulle dita di una mano. In aggiunta, se le cadute compromettono anche alcuni dei cosiddetti big presenti, allora il danno è completo. Probabilmente un’idea che per oltre un secolo è stata vincente oggi appare annacquata e arrugginita; in questi casi la via è o la rivoluzione oppure la riforma che, almeno sulla carta, dovrebbe cambiare molto ma che nei fatti lascia tutto così com’è. E, nel perenne conservatorismo italico, è probabile che si seguirà proprio questa seconda strada. VOTO 5.

Articolo di Cristian Bortoli