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TOP E FLOP DELLA PRIMA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

Pagelle 12/07/2026
TOP E FLOP DELLA PRIMA SETTIMANA DEL TOUR DE FRANCE

 

Si è conclusa la prima settimana del Tour de France, una rassegna di spettacolo e di un livello tra i più alti di sempre, ma con un dominatore che ormai ha raggiunto il vertice, rendendo il tutto quasi prevedibile e facendo sembrare gli altri scarsi, quando effettivamente non lo sono. In tale atmosfera è stato più semplice trovare i flop che i top, ma dipende sempre dalla prospettiva. In ogni caso, l’articolo è suddiviso nei consueti cinque top e cinque flop.

πŸ“ˆ Top: 

Tadej Pogačar: è quasi ormai superfluo raccontare le sue fughe in solitaria, le sue due vittorie, le sue azioni individuali da fuoriclasse unico al mondo, poiché quello ormai è una costante che si ripete fin troppo spesso, non più un evento bensì l’ordinarietà, come il distacco che ha già dato a tutti i suoi avversari, tra cui il fenomeno Vingegaard, che probabilmente è il secondo uomo da classifica generale più forte del nuovo millennio. L’evento è stato il dono. Aveva già regalato una vittoria, vedasi quella di McNulty a Montréal, ma erano arrivati in due in una classica che, seppure importante, è minore; qui invece, al Tour, in un arrivo in volata ristretta trova il tempo per osservare e decidere razionalmente di donare la vittoria della seconda tappa a De Toro, il quale merita anch’egli una menzione d’onore, visto che ha vinto la sua prima tappa al Tour e può giocarsi il podio finale. Ma il fulcro qui è ciò che ha deciso Pogačar, la sua scelta non è stata quella di regalare, ma di fare un dono, poiché racchiude tutta la semantica del donare, che è intrinsecamente qualcosa che lega, che crea un prima e un dopo e lascia necessariamente un segno, sia nel bene sia nel male, ambivalente per natura. Nessuno era mai stato talmente dominante da poter donare in tal modo: segna un unicum di questo millennio, come il suo stesso avvento. Quando lascerà il ciclismo probabilmente si dovrà usare questa espressione: «primo anno dopo Pogačar». VOTO FUORI SCALA.

Tim Merlier: dopo una prima metà di stagione difficilissima, a causa di un’infiammazione, riesce a tornare ai suoi altissimi livelli. Nella prima settimana ci sono tre volate: nella prima si vede che non ha ancora preso le giuste misure, ha ancora un po’ di polvere addosso, ma le successive due rappresentano il velocista puro più completo al mondo. In questo caso parlo di completezza per indicare i fondamentali della volata, tra cui la posizione e il saper trovare sempre lo spazio a disposizione. Le due vittorie di tappa mostrano la sua capacità di adeguarsi a situazioni sempre diverse: se nella prima ha la posizione perfetta e vince senza problemi, nella seconda invece recupera da distantissimo e, considerando da dov’è partito rispetto agli altri, ha vinto dando quasi due bici di distacco, sebbene sul traguardo il margine sia stato minimo. Forse è persino arrivato al Tour con la condizione della vita, che, unita alle sue abilità e capacità, lo rende la macchina perfetta per le volate pure. È sempre una certezza, come mostra la sua storia: tra l’essere mago e il matematico, da una parte la magia e dall’altra la sicurezza. VOTO 10.

Mads Pedersen: meriterebbe una menzione l’intera Lidl-Trek, che dopo un Giro molto difficile si riscatta alla grande, mostrando almeno fin qui un’ottima coesione, con tutti che seguono il progetto delineato. Ciò è mostrato dalle ottime cronosquadre, seppure con sfortuna, e anche dal duo Ayuso-Skjelmose. Ma il miglior momento di squadra è stato durante la quarta tappa, nella quale sono andati in fuga in tre: Simmons, Vacek e lo stesso Pedersen. I primi due potevano tranquillamente vincere la tappa, erano tra i più forti, ma hanno scelto di mettersi a totale disposizione del loro capitano, con il risultato di aver dominato la tappa: vittoria e maglia verde per Pedersen, secondo posto per Simmons e maglia bianca per Vacek. Quello è stato il bottino di tappa. Se per Vacek è stato solo un risultato momentaneo, per Pedersen i punti ottenuti in quella tappa sono e saranno fondamentali nella sua ricerca della conquista dell’ultima maglia a punti che gli manca, quella del Tour. Sarà difficile, visto che non ha le caratteristiche dello sprinter puro, anche per via del nuovo regolamento dei punteggi, ma sicuramente andrà in ogni fuga possibile a racimolare qualsiasi punto, con la tranquillità di aver già vinto una tappa. In quasi ogni epoca si parlerebbe del suo motore; in questa emerge di più la sua tenacia e la sua forza. In ogni caso, dove non arriva con le capacità fisiche arriva tramite la forza di volontà, che, se si potesse misurare con un dinamometro, metterebbe in crisi lo stesso strumento. VOTO 8,5.

Olav Kooij: dopo un inizio di stagione difficile, alla sua prima volata al Tour de France si fa trovare pronto, non sbaglia alcunché e, aiutato da vari fattori, vince abbastanza facilmente. La sua scelta di andare via dalla casa natia, quella della Visma, al momento sta pagando i dividendi. Sebbene non sia andato in un team costruito per lui, almeno ha lo spazio necessario per poter provare a vincere dove conta per un velocista della sua qualità, che era già giunto a 50 vittorie in carriera e con questa sale a 51. Quest’ultima, però, ha il valore di almeno trenta vittorie. Si può ritirare dal Tour già al termine della prima settimana e il suo Tour sarebbe comunque positivo; ciò vale soprattutto per un velocista, la cui carriera si misura con il numero di vittorie in generale e nei grandi giri. Per Kooij sarebbe anche interessante vedere cosa potrebbe fare con una squadra costruita per le sue esigenze, ma sicuramente il suo passaggio alla Decathlon è stato il primo passo verso un futuro più adeguato alle sue caratteristiche. Ora dipende da lui, dalle sue scelte e da ciò che avverrà in seno alla sua squadra, che si troverà ben presto a un bivio. VOTO 8.

Mathieu Van der Poel: dopo otto giorni di difficoltà, di errori, di critiche, da fuoriclasse del pedale si riscatta come solo pochi sanno fare. Tenacia, rabbia, volontà e talento si fondono in lui, mescolandosi al sudore che avvolge la sua maglia nella vittoria di Ussel. Quando decide di vincere è imbattibile per qualsiasi umano: lo decide e quindi lo ottiene, lo conquista, creando arte in movimento degna della forza plastica. Giorni insoddisfacenti vengono subito obnubilati da una vittoria imperiale, maturata al termine di una giornata trascorsa in fuga a resistere al ritorno del gruppo, il che la rende ancora più preziosa, poiché non ha battuto soltanto i compagni d'avventura, ma l'intero plotone. VOTO 7,5.

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πŸ“‰ Flop:

Il duo Lipowitz-Evenepoel: il clima in casa Red Bull rimembra quello della Movistar ai tempi d’oro, basti pensare alle discussioni avvenute tra Landa e Quintana, con l’aggravante, nel caso della compagine tedesca, di non avere al momento gregari in grado di fornire un adeguato supporto. Significativa, in tal senso, la nona tappa, nella quale i due capitani rimangono ben presto isolati. I due hanno caratteristiche anche fin troppo diverse: uno è un fondista che cresce con il passare dei giorni e con la lunghezza delle salite, l’altro un fumantino, fortissimo a cronometro e dotato di una grande accelerazione. Se il primo va forte sul Tourmalet, il secondo va forte nei primi giorni. A fine settimana Lipowitz ha perso 30” da Evenepoel, accumulati quasi tutti nelle prime due tappe. Evenepoel, invece, si è mostrato ancora con limiti sulle lunghe salite, ma con la capacità di recuperare in altre situazioni della corsa. Ci sono stati, nella loro prima settimana, due momenti significativi: il primo durante la cronosquadra, dove Evenepoel ha dovuto trainare per gran parte del tempo i compagni e ha poi persino staccato Lipowitz. Il secondo durante la sesta tappa, dove il tedesco ha staccato il belga lungo l’ascesa del Tourmalet, per poi essere ripreso in discesa e, lungo la successiva ascesa più semplice, non collaborare neanche con il compagno di squadra. In quel frangente Evenepoel è stato quello che ha tirato maggiormente, sebbene il gruppo fosse numeroso, senza ricevere alcun aiuto dal proprio compagno, con la conseguente dichiarazione polemica a caldo contro Lipowitz. Sono ancora in corsa per il podio, ma con questo ambiente sarà difficile: se a livello di energie fisiche ci sono, manca al momento tutto il resto. Sembra una costruzione fatta di ottimi materiali che, però, insieme portano a complicazioni di cui bisogna stare attenti, come nel caso dell’alluminio e del rame. VOTO 5.

Romain Grégoire: se i primi due giorni sono abbastanza positivi, con un più che discreto piazzamento sul traguardo di Barcellona, da quel momento la sua corsa diventa veramente faticosa, mai nel vivo sebbene ci fossero almeno due tappe adeguate alle sue caratteristiche. È ormai un habitué dei flop, poiché il potenziale, almeno in teoria, c'è, ma in lui solo raramente si realizza. Qualcuno direbbe, con un classico detto comune, che questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica; Kant, però, lo smonterebbe passo dopo passo. In questo caso tale compito è assegnato al campione francese, il quale dovrà mostrare come il suo potenziale possa anche essere realizzato. VOTO 4,5.

Richard Carapaz: in nove giorni ha avuto una sola giornata positiva, quella della terza tappa conclusa al terzo posto; per il resto il suo Tour è iniziato fin da subito in difficoltà, con un distacco enorme accumulato già a partire dalla cronosquadra, che con il senno di poi non cambierà particolarmente, visto che lungo l’ascesa del Tourmalet va in crisi nera, costringendo l’ecuadoriano, a partire dalla seconda settimana, a reinventarsi completamente la corsa. L’obiettivo deve spostarsi su una vittoria di tappa, sulla maglia a pois e magari su una risalita della classifica generale tramite le fughe. In ogni caso il sogno della top five è stato cancellato da questo Tour, vista la condizione al momento deficitaria. La sicurezza con lui è che non sarà anonimo, difficilmente lo è per natura, e ora che può avere più libertà potrà cercare di creare spazi di possibilità per il riscatto, che è stato un leitmotiv della sua carriera fin da quando si è palesato al grande ciclismo. VOTO 4.

Jasper Philipsen: per il velocista belga è stata una prima settimana tra il paradossale e il terribile. Sebbene tale giudizio sia severo, è il più appropriato per rappresentare le sue tre volate, nelle quali si piazza sempre quarto o quinto, trovandosi ogni volta nella posizione ottimale e venendo lanciato sempre allo stesso modo da Van der Poel. Tuttavia, per un motivo ormai evidente, ossia la mancanza di potenza nel finale, non riesce mai a concretizzare. La volata più rappresentativa è stata quella di Bordeaux, dove, appena parte, devia per chiudere Gaviria e poi, metro dopo metro, viene superato perdendo progressivamente velocità. In ogni caso, i demeriti non sono soltanto suoi, ma anche di un team che in questo momento è lontano dai fasti degli ultimi anni, con un treno che, sebbene sia sempre presente, non mostra più i perfetti meccanismi di un tempo. Sembra che si sia persa la brillantina, sostituita da una polvere opaca che rende il tutto anonimo. VOTO 4.

Antonio Tiberi: parte con le insegne di capitano del suo team, ma tale titolo dura ben poco, come un giorno su Giove o come un momento gioioso di ciascuno di noi. Già dalla seconda tappa va in enorme difficoltà e dichiara di soffrire il caldo. A questo punto sorge la domanda: se soffri il caldo, perché tu e il tuo team avete deciso di correre il Tour de France, dove ci sono i corridori più forti al mondo e soprattutto il caldo più infernale della stagione? E soprattutto, perché ogni dichiarazione era quella di puntare alla classifica generale? Dietro a ciò sembra mancare un filo logico, dove sicuramente sfugge qualcosa che non si sa. In ogni caso, dopo un Giro d’Italia chiuso al quinto posto e con la maglia bianca, da quel momento in poi ha avuto quasi solo giornate nere nei grandi giri. Viene quasi da dire che non sia soltanto una questione di gambe, ma di qualcos’altro. L’unica certezza è che ci sia una mancanza; non si sa dove di preciso, e forse è proprio da lì che si deve partire, perché sapere dove si trovi la difficoltà è già la prima soluzione del problema. Bisogna sapere qual è l’aporia per provare a cercare una soluzione che probabilmente va oltre la stessa difficoltà. In tal caso l’aporia può essere costruita così: è un problema di gambe o una questione mentale? Entrambe le opzioni hanno argomenti a favore. Forse, in questo caso, bisogna lavorare su entrambi gli aspetti, perché in nuce, seppur sempre più opacizzato, c’è ancora qualcosa che lo rende degno di nota. Però, se rimane lì, nascosto sotto le radici, prima o poi scomparirà nelle immense profondità della terra, rappresentate in questo caso da un livello sempre più alto che può fagocitare qualsiasi talento. VOTO INGIUDICABILE.

Articolo scritto da Cristian Bortoli