La tappa non permette diversi spunti ulteriori: è stata la classica giornata di volata, con la classica vittoria di Merlier, intervallata da una fuga e da un GPM dove le squadre dei velocisti più resistenti hanno cercato di staccare quelli meno adatti alle salite. In fuga è andato Damiano Caruso, anche lui ormai giunto verso la fase finale di una carriera iniziata da corridore di buon livello ma soprattutto come gregario di lusso, e arrivata al termine con una notevole crescita che lo ha portato a diventare un protagonista nelle grandi corse a tappe.
Di conseguenza, si può usare tale spazio per un discorso ulteriore: guardando i numeri di Pogačar al Tour de France si può partire dal caso particolare per cercare di generalizzare. Cosa dicono i numeri dello sloveno? Parlano di 24 vittorie di tappa, 61 giorni in maglia gialla con quattro Tour de France vinti, 33 giorni in maglia a pois con tre classifiche degli scalatori conquistate, 75 giorni in maglia bianca con quattro classifiche dei giovani vinte e tre tappe in maglia verde. Questo, però, è soltanto un elenco, un insieme di dati gettati lì che, di per sé, hanno un valore limitato, poiché mancano del confronto e difettano soprattutto di qualcosa di più profondo. Se si guarda al confronto, si può osservare che Pogačar è quinto per numero di vittorie di tappa, terzo per giorni in maglia gialla, terzo per giorni in maglia a pois e primo per giorni in maglia bianca. Anche questo, tuttavia, rimane riduttivo. Si mettono semplicemente a confronto epoche differenti, costruendo una classifica che può essere interpretata nei modi più diversi. Ci si limita, ancora una volta, a un'elencazione di fatti. Ma che cos'è, in fondo, un fatto? Da un certo punto di vista si può dire che esso rappresenti la fissazione linguistica di un evento, il quale, nella sua immediatezza, sfugge al linguaggio. Nel momento stesso in cui un evento viene descritto, esso diventa un fatto, cioè qualcosa a cui noi attribuiamo inevitabilmente un significato. L'evento, in questo caso, sono le imprese di Pogačar, le quali non si lasciano ridurre né a un semplice dato statistico né a un confronto tra fatti, poiché permane sempre un'eccedenza originaria dell'evento rispetto a qualsiasi sua descrizione. Ogni analisi, quindi, si riduce inevitabilmente a un'elaborazione di eventi che, appena vengono raccontati, cessano di essere tali per trasformarsi in fatti. A partire dagli stessi dati si possono costruire narrazioni profondamente diverse, quasi come se fossero un castello di sabbia. Una può presentare Pogačar come il corridore più dominante della storia; un'altra, sostenuta da argomenti altrettanto solidi, può invece affermare che lo sloveno non sia ancora il più forte di tutti i tempi. È una discussione destinata a rimanere aperta, perché se da una parte esistono i dati, dall'altra vi sono gli eventi, i quali, per loro natura, eccedono ogni pretesa di oggettivazione e assumono un significato differente per ciascuno di noi. Ed è proprio in questa tensione che risiede il fascino non soltanto del ciclismo, ma dello sport in generale. Dove il dibattito rimane aperto si crea lo spazio per un dialogo autentico tra prospettive differenti, con la consapevolezza che esso non potrà mai essere definitivamente chiuso. Da una parte vi è l'evento, dall'altra il fatto: due modi di guardare il medesimo oggetto, entrambi necessari per evitare ogni forma di assolutismo. I dati, nella loro oggettività, sono inopinabili; allo stesso tempo, anche l'evento, nella sua irriducibile dimensione soggettiva, non può essere semplicemente dichiarato falso, poiché non si può errare nel provare un'esperienza. Il vero terreno della discussione riguarda piuttosto il modo in cui i dati vengono interpretati, collegati e trasformati in argomenti. Ed è proprio qui che si apre il dialogo più profondo, con la consapevolezza che l'evento diventa fatto nel momento in cui viene raccontato, ma conserva sempre qualcosa che sfugge al racconto. È forse proprio ciò che continua a sfuggire a rendere lo sport inesauribile.
Nota bene per la lettura della grafica:
1. La maglia gialla è stata introdotta nel 1919. Thys ha corso a cavallo di tale periodo e, ufficialmente, ha potuto indossarla solamente per 14 giorni; gli altri giorni conteggiati fanno invece riferimento ai giorni trascorsi da leader della classifica generale.
2. Per quanto riguarda la maglia a pois, essa è stata introdotta come maglia distintiva solamente nel 1975. In precedenza esisteva comunque una classifica degli scalatori, ma non è stata presa in considerazione in questo conteggio.
3. La maglia bianca presenta invece una storia più particolare: dal 1975 al 1983 è stata assegnata secondo il regolamento attuale; dal 1983 al 1986 era riservata al miglior debuttante; nel 1987 e nel 1988 è tornata al criterio attuale; dal 1989 al 1999 non venne assegnata come maglia, pur rimanendo presente una classifica; infine, dal 2000 è stata nuovamente introdotta.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
