Oggi nasce una nuova rubrica in cui, per ogni tappa rimanente del Tour, verrà sviscerato un momento particolare, una situazione capace di offrire lo spunto per una riflessione. Sarà l’occasione per allargare la prospettiva, andando anche oltre il piano strettamente ciclistico. Gli aspetti affrontati potranno essere tanto polemici quanto non polemici; l’unico dato certo è che il ciclismo permette di mettere in luce quasi l’intero scibile dell’umano.
Se il primo piano della giornata è stato l’ennesimo trionfo di PogaΔar, accompagnato dallo spettacolo della lotta per il secondo posto, esiste anche uno sfondo che, sebbene possa apparire meno importante, offre lo spunto per un’analisi significativa. In questo caso il ciclismo funziona all’inverso di un libro: se il finale della tappa rappresenta la copertina del racconto ciclistico, esiste anche un retro, costituito dalla prima ora di corsa.
I primi chilometri di oggi sono stati percorsi a una velocità folle e hanno messo in luce due corridori che, sulla carta, sembrano appartenere alla stessa categoria. Entrambi vengono definiti velocisti, uomini dotati di grande spunto veloce, ma basta andare oltre questa definizione superficiale per scoprire caratteristiche quasi opposte. È forse proprio questo uno degli aspetti che rende il ciclismo uno sport unico: due atleti, categorizzati in modo riduttivo nella stessa maniera, finiscono spesso per vivere la corsa in modo diametralmente opposto. Sono proprio queste sfumature a renderli molto più diversi di quanto appaia a prima vista. In questo caso i protagonisti sono Mads Pedersen e Tim Merlier. Il primo, fin dal chilometro zero, si è portato davanti al gruppo per conquistare punti preziosi nella classifica della maglia verde; il secondo, invece, ha trascorso l'intera giornata a inseguire, con un solo obiettivo, raggiungere il traguardo entro il tempo massimo. Probabilmente il confronto tra Pedersen e Merlier rappresenta il miglior esempio della differenza nell'identità o, se si capovolge la prospettiva, dell'identità della differenza. Possono essere considerati due poli opposti, ma allo stesso tempo, appartenere alla medesima categoria. Da una parte il velocista puro nella sua espressione più completa, dall'altra un corridore per il quale la definizione di velocista risulta quasi riduttiva: nel caso del belga c'è la perfezione nella volata, limpida come un cristallo; in quello del danese valori elevatissimi in quasi ogni terreno, senza però raggiungere quella perfezione assoluta, proprio come un prisma che, invece di riflettere un'unica luce, la scompone nelle sue molteplici sfumature.
Tale analisi, partita da un normale confronto tra due ciclisti, simili e diversi al tempo stesso, ha cercato di mostrare come siano le sfumature a conferire senso alle cose e come non tutto possa essere semplicemente ricondotto a categorie o allo spettacolo principale. Esiste infatti uno spazio intermedio che restituisce significati ulteriori, non riducibili a una logica binaria. È proprio in quello spazio che sfugge alle categorie e alle opposizioni nette che il ciclismo restituisce la complessità dell'umano.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
Photo realizzata con IA da Cristian Bortoli
