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Un diablo a pois! Intervista a Claudio Chiappucci


"Come ti racconto il ciclismo" (Pio Valerio Mautone)

Altro 06/03/2026
Un diablo a pois! Intervista a Claudio Chiappucci

Per la rubrica “Come ti racconto il ciclismo” intervistiamo un grandissimo del nostro ciclismo e non solo: Claudio Chiappucci.

Claudio, il tuo soprannome è “Il Diablo”, ma Chiappucci e il Diablo sono sempre state/sono la stessa persona?

“Ovviamente Claudio si trasformava in gara in Diablo per metterci più adrenalina, grinta, per raggiungere un traguardo. Nella vita normale dove vive una vita più ponderata, meno istintiva rispetto alle corse.”

Cosa hai pensato in quei meravigliosi, ma faticosi, 192 km in solitaria nella fuga vittoriosa al Tour de France?

“Bhe la famosa fuga del ’92 è stato un qualcosa di eccezionale, unica nel suo genere, perché neanche io credevo di poter fare quello che ho fatto, di trovarmi in una fuga così lunga e solitaria, di quasi sei ore, dove ho avuto modo di confrontarmi con me stesso, a pensare a tutto e di più, non solo inerente alla corsa, ed è stata probabilmente la cosa che non mi ha fatto cedere, “anestetizzando” un po’ la fatica. Allo scollinare di ogni salita c’era tantissima gente che mi sospingeva, e fu anche una dedica a loro quella vittoria.”

Oltre ad essere stato ovviamente ciclista su strada, sei stato anche ciclocrossista e pistard. Col senno di poi avresti cominciato prima a confrontarti con queste altre due “superfici” delle due ruote?

“È vero, sono stato anche pistard e ciclocrossista, anche più per il fatto di essere presente, come dicono i francesi “tête d’affiche”, in momenti in cui cercavano “il personaggio”, ma l’ho fatto in primis perché era il mio mestiere. Poi anche perché volevo imparare a non fare soltanto strada, ma a confrontarmi anche su altre “superfici”, ed anche perché mi avrebbe dato opportunità di migliorare atleticamente anche su strada. Non l’ho mai fatto per un risultato importante, ma per tenermi in allenamento. Ho sempre pensato a quali risultati avrei potuto raggiungere se avessi iniziato prima a fare pista e ciclocross, non l’ho mai però potuto mettere in atto perché la strada mi prendeva troppo tempo.”

In quale ciclista attuale ti rivedi un po’, come attitudine, con quel pizzico di “sana follia” e grande passione?

“Sicuramente quando vedo un ciclista che attacca, che ha quell’indole “diabolica” come l’avevo io mi piace, mi ricorda i tempi di quando correvo. Penso soprattutto a corridori di alto livello che lo fanno attualmente. Ovviamente, sembra scontato dirlo, ma Pogaฤar riesce a fare cose che vanno a volte al di fuori di quello che sembra anche la tecnologia oggi, attaccando anche quando meno te lo aspetti. Quindi in effetti è lui quello che probabilmente più mi “assomiglia”.

Il tuo soprannome deriva da dri tifosi colombiani che rimasero incantati nel notarti scalare alcune loro montagne. Hai ancora un rapporto “stretto” con il Sud America, terra di scalatori?

“Vero! Il mio soprannome è nato in Colombia. È nato quando stavo emergendo, e i colombiani hanno apprezzato quel mio modo di affrontare le salite, con quella tenacia, caparbietà, forza di volontà. Tutte caratteristiche che loro non vedevano da tempo in un ciclista, anche perché in quel periodo i ciclisti europei non andavano a correre in Colombia e a sfidare gli scalatori colombiani. Io l’ho fatto, mi hanno fortemente voluto, ho corso il Clàsico RCN (corsa a tappe colombiana fondata nel 1961) e sono riuscito anche a vincere delle tappe (ed un ottimo secondo posto sul podio finale nel 1992), e da allora è nato questo soprannome che tutt’oggi esiste e resiste. La gente ormai mi chiama “El Diablo” e l’ho accettato volentieri, ormai fa parte della mai vita questo soprannome.”

Quali infrastrutture dedicate al ciclismo mancano in Italia?

“Sicuramente siamo carenti per quanto riguarda le piste al coperto. Quello che fa specie è che se ne parla da tantissimo tempo di costruire nuovi velodromi, ma per ora sono rimasti soltanto sogni nel cassetto. Nonostante la nostra Nazione abbia tantissimi pistard forti, rispetto ad altri paesi non abbiamo dei velodromi coperti, e sarebbe bello secondo me averne uno per ogni “settore d’Italia”; uno al Nord, uno al Centro ed uno al Sud ad esempio, tre velodromi in tre punti importanti d’Italia. Questa è sicuramente l’infrastruttura che potremmo aggiungere a quello che è il bagaglio tecnico del ciclismo italiano.

Ringraziamo affettuosamente Claudio Chiappucci per l’intervista e la disponibilità.

Intervista e Grafica generata con IA di Pio Valerio Mautone