Per la rubrica "Come ti racconto il ciclismo", intervistiamo un grande corridore, il "Piccolo Principe" veneto, Damiano Cunego, vincitore di un Giro d'Italia nel 2004 e di molto altro, in una straordinaria carriera.
Damiano, tu hai vinto il Giro d’Italia nel 2004, e non avevi ancora compiuto 23 anni, sei difatti uno tra i più giovani ad aver trionfato alla Corsa Rosa, tra nomi straordinari. Nel ciclismo attuale dove già giovanissimi (basti pensare a Pogačar, Evenepoel, Del Toro e adesso Seixas) dominano le corse, tu sei stato quasi un unicum invece in quel periodo a vincere un grande giro, credi ci sia troppa “fretta” attualmente su questi ragazzi?
“Oggi la preparazione sportiva, l’alimentazione e i materiali, hanno livellato le prestazioni degli atleti, tutti riescono a raggiungere il loro massimo picco potenziale e di mantenerlo lungo la stagione di conseguenza i disacchi rispetto un tempo sono minori. Si è notato che la forza può essere allenata nella giovane età, ottenendo degli ottimi picchi di forza rispetto al passato. Anni fa si faceva crescere il giovane nel tempo. Oggi sfruttano tutto fin da subito per la vittoria.
Sei soprannominato “Il Piccolo Principe”, ci racconti la storia in breve di questo soprannome?
“Il soprannome “Piccolo Principe” arriva proprio dal libro appunto, per intuizione di Pier Augusto Stagi di Tutto Bici, nel 2004 durante il Giro, proprio per la somiglianza fisica con il personaggio del libro.”
Quanto della tua terra, delle colline e delle salite di Verona e dintorni hai “portato dentro” nella tua carriera?
“Sono nato ciclisticamente in Lessinia. Terra di sciatori, Mountain Bikers, come Paola pezzo e i fratelli Valbusa. Ha influito molto nella formazione delle mie caratteristiche, con tutte le salite che facevo all’ età di 14-15 anni, non avrei mai potuto fallire come scalatore.”
Hai vinto tre volte una Classica Monumento come il Lombardia, cosa c’era di speciale per te in quella corsa, oltre ovviamente alla tua bravura e alle gambe giuste?
“Il Lombardia cadeva in un momento buono per me della stagione. Avevo un primo picco di forma ad aprile e li mi ha consentito di fare bene in corse come : Tour of the Alps, classiche in Belgio e Romandia. L’ altro picco arrivava a cavallo di settembre ottobre, sfruttavo spesso la Vuelta per trovare una buona condizione. Mi permetteva di arrivare al top a gare come il Mondiale e il giro di Lombardia. Mi avvantaggiava il fatto che ad ottobre una gara di 3000m di dislivello e forse anche di più, per 240 250 km, faceva emergere gli uomini di “resistenza “ come ero io.”
Sei stato argento nel famoso, e purtroppo per ora ultimo trionfo azzurro ai Mondiali di Ciclismo di Varese nel 2008, con la firma di Alessandro Ballan. Alla guida di quella squadra c’era il compianto Franco Ballerini, qual è stato l’insegnamento più grande che ti ha lasciato?
“Franco ballerini e’ stato un buon CT e avevamo stima reciproca. Mi ha dato delle belle opportunità in diversi Mondiali fatti assieme. aveva un bel modo di gestire il gruppo. Mi è’ stato molto vicino e mi ha sempre sostenuto in momenti complessi, come quando mi hanno coinvolto ingiustamente con quella inchiesta doping di Mantova, mi sono sempre difeso e non mi sono mai preoccupato, ne sono uscito pulito e a testa alta, d’altronde se sei onesto nessuno può farti nulla. Ho visto solo persone pronte a sparlarti per gelosia, oltre all’ opportunismo attorno a me. Franco invece era uno che di persone e di valori ne capiva a differenza di molti altri.”
Chi potrebbe essere oggi nel gruppo il “Piccolo Principe”?
“Non ce nessun “Piccolo Principe” oggi ahimè, sarà difficile anche avere atleti di livello, che possano lottare con gente come Del Toro/Pogačar etc. Mancano degli investitori italiani che creino un vero team World Tour con budget importanti, per investire sui nostri giovani, valorizzandoli e facendoli crescere. Spesso succede che nostri talenti, sono costretti ad andare a correre in squadre World Tour estere, ma se li hanno un Pogačar che vince tutto e subito, puntano tutto su di lui, con il rischio che un nostro talento, non gli viene data l’opportunità di crescere, lo limiterebbero a fare il gregario di lusso, perché è giusto così per loro. I Team Manager spesso cercano di favorire loro connazionali o di fare ciò che lo sponsor gli dice; favorire alcuni, che per loro fruttano penalizzando altri, fa parte del gioco. Anni fa avendo grossi team italiani avevano molti atleti italiani di spicco, perché valorizzavano ciò che avevano, oggi è l’opposto.”
Ringraziamo Damiano Cunego per la gentilezza e la disponibilità.
Articolo e Grafica Generata Tramite IA di Pio Valerio Mautone.
