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PAGELLE DELLA MILANO-SANREMO


Ecco le pagelle della Classicissima di Primavera firmate da Cristian Bortoli

Pagelle 21/03/2026
PAGELLE DELLA MILANO-SANREMO
La prima classica monumento dell’anno si è da poco conclusa ed è anche difficile dare un giudizio su quanto appena visto: le sensazioni eccedono in ogni senso le parole, ma è necessario provare a fissare in qualche modo un giudizio. Le pagelle sono suddivise fra cinque top e cinque flop.
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TOP:
 
Tadej Pogačar 10: lo avevo descritto come un sovrano assoluto, come il Leviatano, ma dopo oggi ha trasceso anche l’essere il “Dio mortale”, poiché è salito all’apogeo, onnipotente: cade poco prima della Cipressa, si rialza, recupera il distacco aiutato dal suo team; coadiuvato poi da McNulty e Del Toro riesce a creare la selezione, rimane con Pidcock e van der Poel, e infine sul Poggio stacca anche il suo rivale olandese e, allo sprint, con una tattica perfetta, batte di poco il britannico. Oggi non si è vista una prova umana: si è osservato qualcosa che eccede ogni limite mortale.
 
Tom Pidcock 9,5: la corsa del britannico rasenta la perfezione per 297,8 km; sbaglia — o meglio, un piccolo errore sul finale — gli toglie forse la possibilità di vincere: sceglie la direzione sbagliata nella volata finale. Ma per tutto il resto cosa si può dire? Lui è umano, quindi può anche compiere un errore del genere. La sua gara rappresenta la bellezza concepibile dall’umano, che non può essere perfetta in grado assoluto, altrimenti non sarebbe umana, e in ciò sta proprio la sua importanza.
 
Wout Van Aert 9: molto stranamente si trova nella caduta di Pogačar — questo era prevedibile — ma il resto era difficile da ipotizzare: dopo essere rientrato sul gruppo degli inseguitori, la studia molto attentamente e riesce a partire con un’azione da finisseur puro, ottenendo così il terzo posto. Tale corsa è forse la migliore metafora per la sua carriera, per il suo essere: una parabola ondivaga, con lui che lotta e alla fine ottiene un onorevole piazzamento. È il campione fragile della modernità, l’uomo di talento ma sempre controcorrente.
 
Mads Pedersen 8,5: quaranta giorni fa si rompeva la clavicola; oggi, per pochi centimetri, non sale sul podio della corsa più lunga del calendario. Che dire? Non si può nemmeno associare a un gladiatore, perché qui l’analogia sarebbe sfasata. Più si scava, più è difficile trovare una pietra di paragone: è il ciclista unico di questo decennio. Qualcuno direbbe un calabrone che vola senza poterlo fisicamente fare — se fosse vero sarebbe il migliore esempio possibile — ma il calabrone può volare, mentre il danese non dovrebbe riuscire a compiere ciò che fa.
 
La seconda Italia 8: i tre italiani in top 10 meritano una menzione. A partire da Vendrame, sesto, che riesce a ottenere la sua prima top 10 in carriera in una monumento; per passare all’eterno Trentin — ormai anche lui stesso ha perso il conto delle classiche a cui ha partecipato, ma anche dei noni posti alla Milano-Sanremo —: è una sicurezza, difficilmente delude. Infine, la sorpresa di Zambanini: difficilmente ci si poteva aspettare da lui un decimo posto finale. Rappresentano, in maniera diversa, il nostro movimento di ottimi corridori che hanno ottenuto — o che otterranno — forse più di quanto le sole gambe permetterebbero.
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FLOP:
 
Tobias Lund Andresen 5,5: è una lieve insufficienza, data anche per via delle aspettative, dovute specialmente alla grande prova effettuata alla Tirreno-Adriatico. Oggi rimane nel gruppo che si gioca il podio, è tra i più veloci ma arriva tredicesimo. È giovane, è alla sua prima Milano-Sanremo: ha solo possibilità di crescere. Questo primo piccolo risultato deludente è solo la base di una costruzione futura, il mattone d’avvio di una possibile casa ben arredata.
 
Mathieu van der Poel 5: arriva ottavo ma si stacca sul Poggio a sorpresa; ha come giustificazione l’essere stato coinvolto nella caduta. Si può definire quella di oggi la caduta di un divino, la kenosi del Dio della Sanremo. Uso la parola kenosi per intendere lo spogliamento, la discesa dal cielo alla terra. Da tale atto però, secondo la fede, è nato il mondo: in ciò si deve vedere la valenza simbolica che attribuisco a questa sua gara.
 
Matej Mohorič 5: la parabola della carriera dello sloveno sembra ormai certa: un decadimento costante ma leggero, con possibili momenti in cui torna a brillare. Oggi non è la giornata: il vincitore della Sanremo 2022 chiude quindicesimo. Prima o poi ogni parabola inizia il suo declino, ma — al contrario delle leggi della matematica — la vita può avere andamenti non prescritti: siamo anche noi a poter modificare ciò che avviene. Per questo non si può mai essere categorici nei giudizi, ma solo ipotetici.
 
Romain Grégoire 4,5: l’anno scorso era stato un protagonista; oggi invece rappresenta l’anonimato: chiude diciottesimo senza quasi mai essere stato visto in gara. Se l’anno scorso è stato Icaro, volando troppo in alto e scottandosi, quest’anno è stato Emilio Brentani, colui che per paura non fa nulla, chiudendosi in una senilità interiore. Il prossimo passo è trovare il giusto mezzo: fra tracotanza e il mero vivere racchiuso nelle paure. Più facile dirlo che farlo.
 
Filippo Ganna 4: la Tirreno-Adriatico era stata abbastanza a due facce: da una cronometro dominata a prestazioni difficili sulle tappe più dure. La Sanremo, invece, ha rappresentato solo la seconda faccia della moneta, quella discendente: si trova nel posto giusto ma mancano semplicemente le gambe. Si valuta qui la gara, non le sue potenzialità — quelle sono fuori discussione. È arrivato per ben due volte secondo alla Classicissima, ma, per chiudere in battuta: lo ha fatto negli anni dispari. Odia gli anni pari? O forse vuole essere del tutto sinusoidale, con massimo il secondo posto e come minimo una top 40?
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Commento finale:
Questa corsa rimarrà nella storia: è difficile, per chi l’ha vista, poterla dimenticare. Non è mancato nulla al racconto, qualsiasi cosa è avvenuta. Rappresenta al meglio l’eccedenza della vita, il suo stesso pathos, dove fino alla fine non si sa cosa potrebbe succedere. È forse il massimo a cui si può assistere in una corsa di ciclismo: era difficile chiedere di meglio. Si sono visti sia l’onnipotenza sia il finale non scritto.

📸 La Presse

✍️ Cristian Bortoli