PAGELLE DEL GIRO DELLE FIANDRE
La seconda classica monumento dell’anno si è da poco conclusa e si può affermare, con molti argomenti a sostegno, che si è appena vista la classica monumento con il livello più alto di sempre. È anche difficile dare un giudizio senza ripetersi, ma allo stesso tempo criticare qualcuno; in ogni caso, le pagelle sono suddivise fra cinque top e cinque flop.
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TOP:
Tadej Pogačar 10: ormai tutte le parole sono quasi fin troppo riduttive, retoriche e ripetitive: cosa si può ancora affermare su questo fenomeno? Gestisce la corsa alla perfezione, non sbaglia un colpo, attacca da lontano e seleziona, a poco a poco, i suoi compagni di fuga, o meglio: campioni. L’umanità è difficile da rintracciare, le analogie sono finite, tutto ormai eccede il limite umano: è il vero “mostro”, da intendere come prodigio fuori da ogni misura. La domanda ora è: dove verrà spostato questo limite già uscito dall’umano? Arriverà anche all’impensabile?
Remco Evenepoel 9: al suo primo Giro delle Fiandre compie una gara perfetta a livello tattico, ma non è ancora al livello di Pogačar e di Van der Poel sui muri, mentre in pianura probabilmente è stato il più forte. Sale sul podio. Forse, se fosse più pesante, sarebbe ancora più adatto a queste gare, ma è tutta una questione di scegliere la propria via, il proprio cammino: decidere di diventare ciò che si è. Nel nuovo millennio, al momento, solo Pogačar ed Evenepoel hanno ottenuto almeno un podio al Fiandre e in un qualsiasi grande giro. Se per lo sloveno si sfiora il disumano, Evenepoel resta nei limiti dell’umano, e la scelta è proprio dell’umano: non nel non-umano. È il belga, quindi, che si trova oggi al bivio.
Mathieu van der Poel 8: rispetto all’anno scorso la sua resistenza è stata più tenace, ma è ancora “umana, troppo umana”, sebbene anche lui sia un grandissimo campione. Ha limiti che lo sloveno non sembra avere. Forse avrebbe potuto collaborare meno, ma è difficile criticare questa scelta: è un fenomeno, e quello deve fare. Al momento, però, appare come una lotta contro i mulini a vento — forse un’analogia eccessiva, ma nelle gare con dislivello ogni sfida sembra impari, quasi vana. Eppure è proprio del campionissimo, dell’umano, continuare a lottare e cercare di spostare il proprio limite.
Wout Van Aert 7.5: ha una statistica molto particolare: è la nona classica monumento consecutiva che chiude in top 5. Forse è il corridore più costante della storia: sempre lì, lotta, non demorde, con una tenacia quasi disumana, sebbene prenda colpi da tutte le parti. Continua a pedalare contro il vento e contro il destino stesso della sua carriera. In un’altra epoca sarebbe stato un campionissimo assoluto; in questa epoca fuori scala è la rappresentazione dell’umano nel mondo, l’immagine stessa del mondo a pedali.
Mads Pedersen 7.5: l’ultimo dei magnifici cinque, forse anche per talento, ma non per resilienza. Se esistesse un corso universitario su come diventare più forti con l’aumentare dei chilometri, lui sarebbe il professore. Per il danese vale più o meno lo stesso discorso fatto per Van Aert. La certezza è che rientra nel club dei campioni di quest’epoca: sullo sfondo, ma sempre presente. Manca ancora l’acuto, ma è quasi difficile ottenerlo. L’immagine che riassume questo gruppo è quella di una piramide: al vertice Pogačar, poco sotto Van der Poel ed Evenepoel, alla base — fondamenta solide — Pedersen e Van Aert.
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FLOP:
EF Education – EasyPost 5: erano tra gli outsider, con in squadra l’ultimo vincitore “non campione”, Asgreen. Non c’erano grandi aspettative, ma finiscono qui perché perdono il momento clou in cui si rompe il gruppo, per poi tentare di rimediare in modo caotico. Miglior piazzamento: il diciottesimo posto di Valgren. Poco altro da dire: una corsa finita troppo presto. Sono stati una comparsa in un film capolavoro, un passante che si guarda attorno quasi stupito della meraviglia circostante: un ibrido tra il Viandante sul mare di nebbia e Sera sulla via Karl Johan, ma in quest’ultimo caso mescolati nella massa.
Groupama - FDJ 5: le spiegazioni sono analoghe a quelle della squadra statunitense. Avevano al via Madouas, già a podio in passato, e Grégoire, che al momento non sta mantenendo le aspettative. Madouas chiude sedicesimo: rimane incastrato dall’azione della squadra dello sloveno e poi può solo inseguire un piazzamento tra gli esclusi dai migliori, senza riuscirci. La stagione, per ora, è deludente, con pochi risultati nelle corse importanti. Sembrano una fotografia sbiadita, che ogni giorno perde luce: quella che c’era qualche anno fa svanisce lentamente, lasciando solo la speranza umana dell’imprevedibile.
INEOS Grenadiers 4: Tatticamente non hanno sbagliato: erano davanti con due corridori nel momento clou. Poi, fuori inquadratura, Sheffield sembra essere caduto — quasi una legge naturale, come se la gravità lo richiamasse a terra a ogni gara (in chiave newtoniana); oppure, aristotelicamente, come se il suo luogo naturale fosse l’asfalto. Peccato, perché il talento c’è ma resta inespresso. Samuel Watson era con lui, ma scompare dopo il secondo attacco di Pogačar. Forse discutibile la scelta di lasciare a casa Ganna, dato che il miglior risultato è il 51° posto di Schmidt. Si può giustificare pensando alla Parigi-Roubaix, ma il giudizio è rimandato: si può solo dire che è stata una decisione rischiosa ma anche sensata, con la domanda sullo sfondo: meglio aumentare la possibilità di ottenere un podio alla Roubaix, ma con il rischio di rimanere senza niente, oppure ottenere due prestigiosi piazzamenti? Al futuro l’ardua sentenza.
I corridori italiani S.V.: siamo ancora nelle mani dell’eterno Trentin, maestro della tattica — su questo, perfetto. Peccato per la caduta condivisa con Sheffield. Il primo italiano è Bettiol, 24°. Questo basta per il giudizio. Le aspettative erano basse, e proprio per questo il risultato pesa ancora di più. Le difficoltà sono state spesso mascherate da pochi talenti: forse è il momento di cambiare qualcosa, senza aspettare il possibile “crack” di Finn. Serve un sistema, non affidarsi al caso o al numero dei praticanti.
La Rai N.V.: se ci fosse stato un quinto flop “sportivo” non sarebbe stata inserita, ma la corsa ne ha offerti pochi e vale la pena aprire un discorso più ampio. L’emittente ha sempre meno sport, e quel poco viene disperso. Forse è il momento di ripensare Rai Sport e avviare una riforma culturale del prodotto sportivo in chiaro. È il secondo anno senza il Giro delle Fiandre: una perdita grave, ma lo è davvero perché manca un progetto più ampio.
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Commento finale:
Avevo giudicato la Milano-Sanremo una corsa destinata a restare nella storia, ma lo stesso vale per questo Giro delle Fiandre — non per il pathos, non per le emozioni, bensì per il livello espresso. Come scritto all’inizio, è stata probabilmente la corsa con il livello più alto di sempre, quasi impareggiabile.
Qualsiasi dei primi cinque, in un’altra epoca, avrebbe vinto oggi. Il sesto, Stuyven — sempre ottimo corridore — è arrivato a 4’28”: un dato sufficiente per capire ciò che si è visto.
Se la Sanremo è stata la corsa del pathos, il Fiandre è il godimento della razionalità: da una parte il corpo, dall’altra la mente. Le prime due classiche monumento hanno così offerto il piacere più completo e variopinto possibile.
Articolo di Cristian Bortoli
Photo : Getty Images
