Come da pronostico, la giornata è stata finalmente quella della fuga. A imporsi è stato Mauro Schmid, capace di concretizzare l'azione nata nelle prime fasi di corsa, mentre Tom Pidcock ha saputo sfruttare l'occasione per recuperare terreno in classifica generale. Parallelamente, la tappa ha offerto anche un nuovo capitolo della lotta per la maglia verde, con Mads Pedersen e Jasper Philipsen protagonisti di un duello che continua ad animare gli sprint intermedi.
Però, tra i tanti spunti offerti, il più interessante è dato dall’intervista di Thibaut Pinot all’inizio della corsa, proprio nel giorno in cui il Tour attraversava la sua terra d’appartenenza, i Vosgi. Thibaut Pinot è uno dei tanti buoni corridori francesi che hanno corso dal 1985 a oggi, senza riuscire a vincere la loro corsa, la Grande Boucle, come se gravasse una maledizione iniziata dopo il trionfo di Bernard Hinault, che insieme a Fignon è stato l’ultimo fuoriclasse francese delle corse a tappe. I decenni successivi hanno visto le speranze spostarsi di volta in volta su vari nomi: da Jalabert a Virenque, fino ai più recenti Pinot, Bardet, Barguil, Péraud e Rolland, arrivando persino a sperare nell’improbabile con Voeckler e Alaphilippe, i due che nel nuovo millennio hanno indossato più a lungo la maglia gialla. Se i primi erano scalatori, ma gravati da evidenti lacune a cronometro e da altri limiti che, pur consentendo ad alcuni di salire sul podio, non li hanno mai resi dei reali contendenti per la vittoria finale, gli altri due, pur non essendo uomini da grandi montagne, sono stati quelli che vi sono andati più vicini. Vestiti di giallo fino a ridosso di Parigi, respinti soltanto dalle Alpi conclusive, tenaci e combattivi, hanno incarnato alla perfezione la speranza francese di quel periodo. Espressionisti nell'intensità con cui interpretavano la corsa, ma impressionisti nell'opera lasciata incompiuta, non hanno mai portato a termine il loro capolavoro, fermandosi alle impressioni, per quanto intense, senza trasformarle nel quadro definitivo. In questo Tour i francesi non hanno ancora conquistato nemmeno una tappa, ma non traspare pessimismo, perché si ha la sensazione che questo lungo digiuno sia ormai vicino alla conclusione. Si intravede una luce in fondo al tunnel, un chiarore che prende forma nel giovane Paul Seixas, il quale, al suo primo Grande Giro, sta correndo ben oltre le aspettative ed è addirittura in lotta per il podio. Lui sembra incarnare non soltanto la speranza nell’improbabile, ma una speranza che offre già una forma di certezza, come se fosse necessario soltanto attendere il momento della sua realizzazione, quasi ci si trovasse nel tempo del «già e non ancora», in cui la speranza non è più una semplice possibilità, ma una promessa che attende soltanto il proprio compimento. Se per un trentennio la speranza è stata un desiderio ardente capace di sopraffare la razionalità, spingendo a cercare qualsiasi appiglio per immaginare una vittoria francese, ora essa assume i tratti di un’aspettativa razionale, fondata sul talento che sembra essersi finalmente manifestato. È ancora speranza, ma si è trasformata da chimera in fiducia, da sogno illusorio di un mondo possibile ma lontanissimo a prospettiva concreta di un futuro ormai plausibile. Una fiducia che sfiora la fede nei confronti di colui che può essere considerato il predestinato di un’intera nazione. Questo rischia di diventare Paul Seixas: un idolo, in un clima che, tuttavia, è ancora soltanto agli inizi. Per questo sarà interessante osservare ciò che accadrà nei prossimi anni, quando si troverà a lottare per trasformare quella speranza in realtà e per dare compimento alla fiducia che un intero popolo sembra già aver riposto in lui. Eppure, come insegna l’antropologia delle religioni, la fiducia non nasce per decreto, ma si costruisce nel corso della storia. E quella storia può scriverla soltanto Seixas. Oggi quella speranza è nelle sue mani, e forse non è mai stata così forte come lo è per il futuro.
Articolo scritto da Cristian Bortoli
